Mercoledì, le autorità hanno incriminato sette persone e due aziende con venticinque capi d’accusa, tra cui omicidio colposo e associazione a delinquere finalizzata alla frode, in relazione al devastante incendio divampato a Hong Kong lo scorso 26 novembre, in cui persero la vita centosessantotto persone. Il rogo è scoppiato nel complesso residenziale Wang Fuk Court, nel distretto di Tai Po, nella parte nordorientale della regione amministrativa speciale, ed è stato il più mortale in città da decenni. Le fiamme si sono estese velocemente, bruciando i ponteggi in bambù montati intorno ai palazzi, e hanno costretto migliaia di residenti ad abbandonare le proprie abitazioni.

La polizia ha arrestato trentacinque persone in relazione all’incendio di Hong Kong

Quello che resta del complesso dopo il rogo

La polizia e la Commissione Indipendente Anticorruzione (ICAC) accusano l’azienda di consulenza e il principale costruttore, incaricati della ristrutturazione del complesso, i rispettivi presidenti e altre persone coinvolte negli interventi di diversi reati. Tra questi, omicidio colposo, riciclaggio di denaro, evasione fiscale e intralcio alla giustizia. Tra gli altri capi d’imputazione, figurano anche riciclaggio di denaro, tentato intralcio alla giustizia ed evasione fiscale. Le due società al centro delle indagini sono la società di consulenza progettuale e l’impresa edile principale. Entrambe erano coinvolte in un progetto di ristrutturazione del Palazzo di Giustizia di Wang Fuk. Tutte le persone incriminate, incluse i direttori delle due società, hanno ricoperto ruoli diversi nel progetto di ristrutturazione.

Secondo le indagini della Commissione, le persone incriminate avrebbero presentato informazioni false sui progetti, in modo da eludere i controlli, per frodare le autorità. Secondo la polizia, la società di consulenza e il costruttore sarebbero inoltre responsabili di gravi negligenze e ha arrestato, per il momento, trentacinque persone. Le due udienze sono state aggiornate al 2 settembre.

L’utilizzo del bambù nelle impalcature

A Hong Kong, le impalcature di bambù sono parte di una tradizione antica, ma ancora piuttosto diffusa. In passato, questo tipo di ponteggi si usava anche per la costruzione di alcuni grattacieli. Ad oggi, nonostante la grande evoluzione del territorio e le nuove risorse, in giro per la città si vedono più o meno ovunque. Le autorità locali hanno approvato delle regole molto dettagliate per garantire che queste siano sicure e affidabili. Tra le altre cose, le canne devono provenire da piante che hanno tra i tre e i cinque anni di età ed essere state essiccate al chiuso per almeno tre mesi. Questi accorgimenti, almenp in teoria, dovrebbero garantire una resistenza sufficiente.

Il bambù secco è, infatti, un materiale facilmente combustibile, e il suo impiego aumenta sensibilmente il rischio di incendi. Secondo le normative, le impalcature andrebbero avvolte in teli ignifughi, ma non tutte le aziende rispettano alla lettera le disposizioni. Un altro problema di questo materiale, inoltre, è il suo deterioramento, più veloce rispetto a quello del metallo, soprattutto in caso di pioggia. Per questo motivo, le leggi di Hong Kong prevedono ispezioni frequenti ai cantieri in corso.

Il governo di Hong Kong reprime il dissenso scaturito dall’incendio

Sin dal principio, le autorità hanno cercato di arginare l’ondata di contestazioni seguita al devastante incendio. Nelle settimane immediatamente successive, infatti, la polizia di Hong Kong ha arrestato quindici persone legate alla ditta incaricata dei lavori. Ha però fermato anche Miles Kwan, uno studente universitario che aveva avviato una petizione per chiedere indagini trasparenti, e Kenneth Cheung, un ex consigliere circoscrizionale, per aver condiviso su Facebook contenuti critici del governo locale sulla gestione dell’emergenza. Ha poi fatto annullare una conferenza stampa di attivisti e avvocati, minacciando i suoi organizzatori con ripercussioni legali.

Nel 2020, il governo centrale cinese ha fatto approvare in città una legge sulla Sicurezza nazionale, che ha di fatto reso illegale ogni forma di dissenso, ponendo fine alle manifestazioni per la democrazia iniziate l’anno prima. Da allora, centinaia di attivisti e politici d’opposizione sono finiti in manette o hanno dovuto lasciare Hong Kong, mentre i partiti e i giornali d’opposizione sono stati chiusi. Si tratta di tattiche che la Cina mette in atto sin dal 1989, quando l’esercito represse violentemente le proteste di piazza Tiananmen, uccidendo migliaia di persone.

Federica Checchia