A partire da ieri, 1° gennaio 2026, in Cina è ufficialmente entrata in vigore un’imposta sui contraccettivi molto simile all’IVA italiana del 13%. Un’inversione di rotta, quella della Repubblica Popolare, che potrebbe sorprendere. Fino ad ora, infatti, questi erano esentati dalla tassazione grazie a una legge sul tema. risalente al 1994. All’epoca, nel Paese vigeva ancora la cosiddetta “politica del figlio unico”; il governo obbligava le coppie ad avere al massimo un figlio e, per questo motivo, promuoveva e finanziava apertamente la contraccezione.
I tempi, tuttavia, sembrano essere drasticamente cambiati. Negli ultimi anni, infatti, il Paese sta vivendo una significativa crisi demografica, e il governo cinese sta tentando di incentivare la natalità. Il presidente Xi Jinping non ha offerto motivazioni esplicite per la decisione di accrescere la tassazione di questo tipo di beni, ma in molti pensano che questa sia una mossa per arginare i problemi provocati dall’invecchiamento della popolazione.
La Cina corre ai ripari per incentivare la natalità
Il numero di nuove nascite non è infatti sufficiente a garantire la stabilità del rapporto tra generazioni, e questo sta mettendo a dura prova l’economia. Nel 2024, ad esempio, il governo si è visto costretto ad aumentare l’età pensionabile per la prima volta dagli anni Cinquanta a oggi.
Il questi ultimi anni, l’esecutivo ha approvato diverse misure per spingere le persone a fare più figli. Nel 2016 ha abbandonato in via definitiva la politica del figlio unico e, dal 2021, ha permesso alle coppie di avere fino a tre figli. Ha, inoltre interrotto le adozioni internazionali, offrendo sussidi economici per ciascun bambino. Il Partito Comunista cinese sta cercando di promuovere una visione più conservatrice e tradizionalista della posizione delle donne nella società, relegandole perlopiù al ruolo di madri. Un cambio di traiettoria netto, che stride con il passato, quando invece il governo invocava la parità di genere.
Federica Checchia





