Nel corso della conferenza stampa precedente al suo concerto allo Stadio Olimpico di Roma, Ligabue ha commentato il triste epilogo dell’Hellwatt/Pulse of Gaia, il festival previsto alla RCF Arena di Reggio Emilia, cancellato dopo mesi di problemi, smentite e, soprattutto, l’annullamento dei live di Kanye West e Travis Scott.
«Una grande tristezza», ha detto il cantautore. «Quel progetto è il sogno e la fatica di Maioli, che lì si è giocato tutto. Per dare a Reggio un lascito, un’arena che potenzialmente poteva essere il posto della musica per l’interno Nord Italia, ha fatto battaglie per sette anni. Io faccio il tifo per lui, lo sapete quanto ci vogliamo bene. Io ho sempre voluto starci fuori perché credevo che il mio nome abbinato a questa cosa non andasse bene, ma anche per non avere grattacapi, dei pensieri in più. Però come ogni cittadino di Reggio sono lì a dire: come c*zzo è possibile? Molta gente lo chiede anche a me come se potessi saperlo. Io non lo so come è possibile, ma sono mosso da un’enorme tristezza».
Ligabue sulle parole di De Gregori: «C’è una cosa che forse credo abbia voluto dimostrare con un po’ di fastidio e cioè: non è che noi siamo costretti»
Interrogato dalla stampa, Ligabue ha detto la sua anche riguardo alle parole di Francesco De Gregori in merito ai proclami politici dei musicisti. «Va fatta una premessa importante: Francesco è patrimonio della musica e della cultura di questo Paese, ed è, credo, uno dei più liberi di pensiero fra tutti i cantautori», ha commentato. «Non si fa mai trovare dove qualcuno pensa di trovarlo ed è una caratteristica che mi piace molto. Detto questo, è chiaro che lui ha parlato per lui e quel pensiero non lo condivido più di tanto. C’è una cosa che forse credo abbia voluto dimostrare con un po’ di fastidio e cioè: non è che noi siamo costretti. Troppe volte si dice che la musica deve. No, la musica può. Uno decide se ha voglia di fare oppure no. Questo è un pensiero che deve essere concesso a tutti quanti».
Per quanto riguarda se stesso, ha affermato: «Io ho sempre cercato di farlo attraverso le canzoni. Faccio da ventisette anni quasi a ogni concerto Il mio nome è mai più e quasi a ogni concerto ricordo che non c’è solo un massacro a Gaza, ce n’è anche uno in Ucraina, ce n’è anche uno in Sudan, ce ne sono altri cinquantasei in corso nel mondo. Ma era così anche all’epoca, Il mio nome è mai più aveva dentro la mappa di tutte le guerre in corso e non soltanto di quelle nella ex Jugoslavia. Il modo migliore che abbiamo, anche perché controlliamo meglio le parole, è farlo pensandoci bene, quando sentiamo l’urgenza di dire qualcosa».
Federica Checchia





