Potete dare la colpa alla FOMO, potete giocarvi la carta della curiosità, ma sono abbastanza certa che anche voi abbiate provato, anche solo una volta, la tanto acclamata skincare coreana. Soprattutto qualche anno fa, quando i prodotti venivano acquistati e utilizzati per rispondere al trend del momento, la Corea primeggiava. Adesso che il fenomeno sembra essere diventato più contenuto e la skincare trattata per quel che è — cioè prendersi cura della propria pelle — alcuni brand continuano a dominare il mercato. Se nello specifico riduciamo la notorietà a un prodotto unico, quello sarà sempre la crema solare. Però, vi siete mai chiesti perché il Paese sia così tanto legato a questo canone di bellezza e, conseguentemente, continui in primis a prediligere i propri marchi?
Il concetto di “pelle chiara” assume una connotazione diversa in Corea
Per capire questo legame, basta prendere in esame il concetto di “pelle sana” completamente contrapposto tra Occidente e Oriente. Secondo la nostra visione, come quella di molti altri, una pelle abbronzata (o quantomeno colorita) viene associata immediatamente a un corpo sano, in salute. O, ancora, collegato a un certo tenore o stile di vita. Ancora oggi, se ad agosto ci mostriamo poco abbronzati ci viene chiesto con affanno e preoccupazione “ma neanche un po’ di sole hai preso”?
Con le temperature attuali potrebbe essere una condanna la sola idea, ma in un mondo ideale dove le temperature non superano i 45° all’ombra, la domanda potrebbe avere ancora senso. Questa affermazione è confermata dagli stessi prodotti studiati e commercializzati per consentirci di prendere colore, pur proteggendo la nostra pelle. In Corea la narrazione è completamente contrapposta e, soprattutto, visivamente diversa.
L’estate coreana è una sfilata di ombrelli parasole, cappelli ampi, visiere protettive e maniche lunghe anche con trenta gradi. Ogni strumento è lecito. Eppure, anche volendoci dimenticare per un istante la questione estetica, la scienza ci ha dimostrato gli effetti del sole sul corpo. Un’esposizione non protetta dai raggi ultravioletti invecchia e danneggia la pelle, diventando anche il primo fattore di rischio per i tumori cutanei. Quindi, se i rischi sono gli stessi, perché in Corea la protezione solare è una priorità culturale e scientifica assoluta, mentre in Occidente è spesso un fastidioso compromesso?
Le radici storiche di uno standard estetico
È difficile risalire a un evento specifico o eclatante che abbia segnato fino a oggi un canone così radicato. La pelle chiara ha rappresentato in passato uno status symbol, ancor prima della dinastia Joseon. L’arco temporale di riferimento, tra il 1392 e il 1910, non è propriamente vicino ai giorni nostri. Ciononostante, molti ritengono che l’idea parta proprio da lì. Gli yangban, la più importante classe sociale, erano anche grandi proprietari terrieri. La lavorazione delle terre, tuttavia, non spettava direttamente a loro, bensì a braccianti e servi. Quindi, coloro che erano costretti a lavorare la terra anche sotto il sole avevano conseguentemente una pelle abbronzata, i nobili invece no. Storicamente, si è creata la prima distinzione: la pelle scura era associata alla povertà e al lavoro di fatica, mentre quella chiara alla ricchezza e al potere.
Oggi quel divario sociale è sparito, ma lo standard estetico è stato amplificato a dismisura dall’industria dell’intrattenimento. Gli idol del K-Pop e gli attori dei K-Drama rappresentano i nuovi modelli da seguire. Sono loro a mostrare in prima linea una pelle impeccabile, quasi di porcellana e a settare nuovamente un certo canone. È proprio qui che entra in gioco l’industria: per soddisfare questa necessità culturale, la Corea ha dovuto lavorare per realizzare le creme solari migliori del settore. Quindi, non si tratta solo di un concetto diverso di pelle sana tra Oriente e Occidente: è un modo differente di concepire gli strumenti, gli ingredienti e le formule volti a ottenere il risultato che noi tutti conosciamo.
Stefania Cirillo





