Lunedì, il Segretario di Stato USA Marco Rubio ha lanciato una campagna per smantellare la Corte Penale Internazionale (CPI), sostenendo che il tribunale globale interferisca con le operazioni militari e di polizia degli Stati Uniti, mettendo a rischio la sovranità americana. In un lungo editoriale pubblicato lunedì sul Wall Street Journal, il braccio destro di Donald Trump ha evocato lo scenario di agenti della pattuglia di frontiera e leader eletti statunitensi «trascinati davanti a un tribunale internazionale» e processati da giudici provenienti da ogni parte del mondo.

L’attacco frontale di Marco Rubio alla Corte Penale Internazionale

«Se restiamo a guardare, saranno tutti in balia di giudici stranieri, a migliaia di chilometri di distanza, esposti al rischio costante di incriminazione e persino di incarcerazione per il cosiddetto “crimine” di difendere il proprio Paese», ha avvertito in un video di accompagnamento pubblicato su X. Secondo la CNN, il piano del Dipartimento di Stato per “smantellare” la CPI prevede di fare pressione su altre nazioni affinché abbandonino la Corte. «Le nazioni che rifiutano di respingere la falsa autorità della CPI pur continuando a beneficiare dell’assistenza statunitense saranno probabilmente oggetto di un maggiore controllo», ha dichiarato un funzionario all’emittente, aggiungendo che tra le possibili misure punitive figurerebbero sanzioni, divieti di viaggio e revoche dei visti.

In alcune occasioni, l’amministrazione Trump ha tuttavia sostenuto il principio della giurisdizione della CPI, accogliendo con favore un’indagine sui crimini di guerra russi commessi in Ucraina, Paese firmatario dello Statuto di Roma. L’ufficio del Procuratore della CPI, guidato da Karim Khan, ha aperto un’indagine sulla condotta di Israele in Palestina, territorio che ha acconsentito allo svolgimento di tali indagini. La Corte ha emesso mandati d’arresto per il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu e per il Ministro della Difesa Yoav Gallant, nell’ambito dell’inchiesta sui crimini di guerra.

Il rapporto altalenante tra l’amministrazione Trump e la CPI

A sei settimane dall’inizio del suo secondo mandato, Donald Trump aveva emanato un ordine esecutivo che dichiarava lo «stato di emergenza nazionale” in risposta a quelle che ha definito azioni «illegittime e infondate» della CPI contro gli USA e il suo stretto alleato Israele. Ha inoltre imposto una serie di sanzioni a funzionari della Corte –tra cui il Procuratore capo Karim Khan, i suoi due vice e sei giudici– per le indagini sulla condotta di Israele in Palestina e sulle attività dei militari statunitensi in Afghanistan. Il regime sanzionatorio dell’amministrazione statunitense si è esteso nel corso del 2025, colpendo Francesca Albanese, Relatrice speciale delle Nazioni Unite sui diritti umani nei territori palestinesi occupati, e tre organizzazioni palestinesi per i diritti umani impegnate nella raccolta di prove su possibili crimini di guerra israeliani.

Non è chiaro in che modo la recente promessa di Rubio di “smantellare” la CPI possa influire sulle future operazioni della Corte. «Presumibilmente, inizieremo a ricevere notizie da controparti straniere sottoposte a pressioni affinché agiscano contro la CPI», ha affermato un ex alto funzionario statunitense esperto di sanzioni, intervenuto a condizione di anonimato data la natura politicamente sensibile della questione. «Quando le sanzioni funzionano bene, servono a rafforzare i risultati già ottenuti per via diplomatica».

«Circolano voci secondo cui l’amministrazione Trump potrebbe sanzionare la Corte nel suo complesso», ha aggiunto l’ex funzionario. «Si ha l’impressione che si tratti di una campagna preventiva contro qualsiasi iniziativa la CPI stia valutando in relazione al Venezuela o ad altre aree all’estero». Qualora venisse adottata tale misura, agli americani sarebbe vietato collaborare con la CPI; inoltre, personale, aziende o banche statunitensi rischierebbero sanzioni pecuniarie o la reclusione per aver intrattenuto rapporti d’affari con la Corte.

Federica Checchia