Mandare l’emoji del pollice alzato per chiudere rapidamente una chat o fare il gesto con la mano per dire “tutto ok” sembra l’azione più naturale del mondo. Siamo abituati a considerarlo un codice universale di approvazione, ma la comunicazione non verbale ci insegna che i gesti sono anche fenomeni culturali: ciò che per noi è un complimento, altrove può costare un’occhiataccia o un pesante insulto.

Occhio ai pollici in su, non tutte le emoji sono innocenti

Il pollice all’insù è l’esempio perfetto dell’instabilità culturale sopracitata. Molti sono convinti che nasca nelle arene dell’antica Roma per salvare la vita ai gladiatori, ma gli storici tendono a smentire questa versione. L’espressione latina “pollice verso” significava semplicemente “pollice girato” e, secondo diverse interpretazioni, il pollice alzato indicava la sguainatura della spada, cioè la condanna a morte. Per chiedere la grazia, il pubblico probabilmente stringeva il pollice nel pugno chiuso. Insomma, quello che oggi consideriamo un “ottimo lavoro” nell’antichità era un biglietto di sola andata per l’aldilà.

Il significato positivo, quello moderno, si è consolidato solo tra il XIX e il XX secolo nel mondo anglosassone, esplodendo durante la Seconda Guerra Mondiale quando i piloti americani lo usavano per comunicare a distanza che tutto era pronto per il decollo. Da lì il cinema e, infine, i social network lo hanno trasformato nel “mi piace” universale. Tuttavia, uscendo dall’asse occidentale, la situazione cambia radicalmente. In Iran, Iraq, in gran parte del Medio Oriente e in alcune zone dell’Africa occidentale, infatti, il pollice in su mantiene il suo significato storico tradizionale, che equivale esattamente al nostro dito medio: un insulto volgare.

Il linguaggio digitale ci sta uniformando, anche se non completamente

Persino in Paesi più vicini a noi, come la Svezia o la Finlandia, il gesto non significa “ok”, ma viene usato semplicemente per indicare il numero uno, mentre nel linguaggio dei subacquei significa “bisogna risalire in superficie”. Oggi gli smartphone e la globalizzazione stanno uniformando il linguaggio digitale attraverso le emoji, creando una sorta di grammatica visiva comune soprattutto tra i più giovani, che imparano i gesti sullo schermo prima ancora che nella vita reale. Nelle comunità più tradizionali, però, il vecchio significato analogico resiste con forza. La prossima volta che digitate un messaggio a un contatto internazionale, quindi, pensateci due volte: una piccola distrazione potrebbe trasformare un innocuo segno di intesa in un clamoroso insulto.

Stefania Cirillo