Quando facciamo la fila ai controlli di sicurezza in aeroporto, il passaporto è il nostro lasciapassare per il mondo. Ma prima ancora di essere aperto e mostrato agli agenti di frontiera, quel piccolo libretto parla già di noi attraverso la sua copertina. Il colore del passaporto, infatti, non è una scelta casuale o solo estetica, ma rappresenta un vero e proprio manifesto dell’identità nazionale, riflettendo alleanze politiche, vicinanze geografiche e tradizioni religiose.
Anche se l’Organizzazione Internazionale per l’Aviazione Civile (ICAO) impone regole rigidissime sui materiali, sull’inchiostro e sulle misure anticontraffazione, non dice assolutamente nulla sulla tinta della copertina. Potenzialmente, ogni Stato potrebbe scegliere una propria sfumatura, ma nella pratica il mondo si è diviso in quattro grandi famiglie cromatiche, prediligendo tonalità scure per nascondere meglio l’usura e lo sporco del viaggio.
I colori dei passaporti cambiano, ma con quale criterio?
Il rosso scuro o bordeaux è il tratto distintivo dei Paesi dell’Unione europea. Sancito ufficialmente da una risoluzione comunitaria del 1981, questo colore accomuna le nazioni con un profondo passato storico e artistico. L’Italia ha declinato questa regola normando il design nel 2005, inserendo lo stemma della Repubblica con iscrizioni in oro e riempiendo le pagine interne di fili fluorescenti visibili solo alla luce UV e grafiche dedicate al Colosseo.
Al contrario, la famiglia del blu caratterizza il “Nuovo Mondo”, unendo gli Stati Uniti, il Canada e i Paesi del Mercosur in Sudamerica. Il blu è diventato anche un potente simbolo politico recente: dopo la Brexit, il Regno Unito ha abbandonato il bordeaux europeo per tornare al vecchio passaporto blu, marcando visivamente la propria distanza da Bruxelles.
C’è poi la famiglia del verde, che domina i passaporti di gran parte dei Paesi a maggioranza islamica. In questo caso la scelta è puramente spirituale, poiché il verde è considerato un colore sacro nella tradizione religiosa dell’Islam. Molto più raro è invece il nero, utilizzato principalmente per i passaporti diplomatici per evocarne il prestigio e l’autorità, ma scelto anche da pochissime nazioni come colore ufficiale del documento standard, tra cui la Nuova Zelanda e alcuni Stati africani come il Ciad e lo Zambia. Insomma, che sia bordeaux, blu, verde o nero, quel piccolo rettangolo di carta racconta a colpo d’occhio da dove veniamo e qual è il peso politico della nostra terra d’origine prima ancora di aprirlo.
Stefania Cirillo





