Nel sumo la parola d’ordine è stabilità. Questa disciplina millenaria, il cui nome giapponese significa letteralmente “strattonarsi l’un l’altro”, non prevede categorie di peso come il pugilato o le arti marziali. Sul ring circolare, chiamato dohyo, un atleta di cento chili può trovarsi di fronte un colosso che sfiora i trecento. In un contesto simile, dove la vittoria si decide in pochi secondi e si ottiene atterrando l’avversario o spingendolo fuori dal perimetro, i chili in eccesso non sono un intralcio. Questi, in realtà, si trasformano in un formidabile vantaggio strategico.
Perché il peso nei lottatori di sumo ha una certa rilevanza?
Una mole massiccia abbassa drasticamente il baricentro dell’atleta, rendendolo un blocco di granito difficilissimo da sradicare o sbilanciare. Al tempo stesso, la fisica insegna che la massa moltiplica la forza d’impatto. Lo scontro iniziale e il momento in cui i corpi si catapultano l’uno contro l’altro, sprigiona una potenza devastante se supportata da centinaia di chili. Inoltre, lo strato di adipe non è cadente o casuale, ma funge da vera e propria armatura naturale. Rappresenta, infatti, uno scudo distribuito uniformemente per attutire i colpi a mano aperta e proteggere gli organi interni dagli urti tremendi della lotta.
Costruire e mantenere questo corpo monumentale richiede una disciplina ferrea. I rikishi devono assumere tra le cinquemila e le settemila calorie al giorno, basando l’alimentazione sul chanko nabe, un tradizionale stufato iperproteico a base di carne, pesce e verdure. L’obiettivo dell’allenamento e della dieta è accumulare grasso sottocutaneo, biologicamente meno dannoso di quello viscerale che si annida tra gli organi. I lottatori, inoltre, devono sviluppare contemporaneamente una muscolatura d’acciaio, specialmente nelle gambe, per sorreggere l’intera struttura.
I possibili rischi legato a questo sport
Tuttavia, questo equilibrio artificiale ha un costo umano altissimo. Negli ultimi anni la pressione competitiva ha spinto gli atleti a estremizzare le taglie, ma la forte impronta tradizionale del sumo rende ancora difficile l’ingresso di nutrizionisti e medici moderni nelle palestre. Il risultato è un’esposizione drammatica a malattie cardiovascolari, diabete di tipo due, ipertensione e gravi problemi articolari alle ginocchia, come dimostrano i calvari clinici di campioni come Terunofuji o la prematura scomparsa del ventottenne Shobushi.
La situazione diventa persino più critica dopo il ritiro, quando l’improvviso stop all’attività fisica si scontra con la difficoltà di abbandonare i vecchi regimi ipercalorici. La combinazione di questi fattori fa sì che l’aspettativa di vita di un lottatore di sumo si aggiri appena intorno ai sessanta o sessantacinque anni, un prezzo spaventoso che sottrarrà a questi atleti circa quindici anni di vita rispetto alla media dei loro connazionali, trasformando la gloria del ring in una condanna biologica.
Stefania Cirillo





