Ce lo spiegano i Fleet Foxes e Bruegel il Vecchio

Come down from the mountain, you have been gone too long.

Torna a casa, e tornarci per conto tuo. Sarà un percorso difficile, stai attento alle fiere.

Perditi nella foresta, segui l’aria fredda della montagna. Inciamperai in nidi di legno, attraverserai ruscelli ghiacciati. 

Let’s drive to the country side.

The country side.

Il paese, la campagna. L’arcadia. Dove i bambini sono felici, la natura sublime, il tempo ciclico, e tutte quelle belle cose che si trovano nei libri. O nelle canzoni.

Konstantin Makovskij – Felice Arcadia
(foto dal web)

Ne parlano i Fleet Foxes, gruppo folk rock statunitense. Il loro primo album, pubblicato nel 2008, che porta il nome stesso della band, vuole rievocare quell’atmosfera rurale alla quale stavamo accennando. 

Il filo rosso dei brani che lo compongono è di natura tematica. Dalla prima all’ultima traccia viene continuamente riportato in vita l’elemento bucolico, rendendolo esca per il viaggiatore che deve tornare a casa.

Light up with me, my dear,
Light up
Under stormy night, tell nobody
My brother, where do you intend to go tonight?

La strada è buia, meglio aspettare che faccia giorno.

Red squirrel in the morning, I’m coming to take you home
The sun rises, over my head.

Fleet Foxes (foto dal web)

Sebbene i riferimenti, ai colibrì, alla luce del mattino, ai prati verdi, siano specifici, essi assumono tuttavia connotati universali. Tutti abbiamo un paese in cui tornare, perché dopotutto un paese ci vuole.

Ma cosa significa? Cesare Pavese dice che il paese vuol dire trovare nelle persone e nella terra un qualcosa di tuo. Ma che cosa c’è di mio che tutte le volte lascio a casa? Perché quel “mio” non posso portarmelo con me tutte le volte, ovunque io vada? 

È il paese che perde fisicità e si erge ad astrazione. Diventa la culla del tempo, dei ricordi, degli affetti, della riflessione. Riflessione i cui tempi non si adattano alla vita frenetica della città, dei ritmi di lavoro e della velocità alla quale girano le informazioni. 

Robert Rauschenberg – Retroactive I
(foto dal web)

Informazioni che ci arrivano come sberle in faccia ogni frazione di secondo. I ghiacciai si sciolgono, le maestre picchiano i bambini, gli anziani muoiono soli, UNESCO what? Le città crollano e gli uomini affogano in mare torturati dalla vita. E ancora la crisi della morte che porta il caldo e il colpo di stato ai soldi che in Venezuela mancano l’ignoranza nell’avidità. 

Cosa c’è scritto? Non lo so, è un caos.

Ci siamo persi in un universo globale e massmediatico, a prova di robot ma non a prova di essere umano. Non abbiamo tempo di interiorizzare un fatto che subito veniamo violentati dall’informazione successiva. E siamo il bersaglio di tutto quello che ci viene lanciato addosso. Ce lo tirano, ci colpiscono in faccia, e noi di riflesso chiudiamo gli occhi restando ciechi.

Jackson Pollock – Senza titolo
(foto dal web)

E allora ecco che serve il paese. Corriamoci ogni tanto al paese. Paese che è prendersi i propri tempi per riflettere. È allontanarsi dai ritmi vertiginosi della realtà circostante e fermarsi a pensare.

Da dove veniamo? Chi siamo? Dove andiamo? Domanderebbe Gaugin.

Bruegel il Vecchio, pittore olandese del XVI secolo, troverebbe in effetti la risposta nella saggezza popolare. Scrigno di ironie, di vizi, ma anche di autenticità e di pace.

Il suo dipinto Proverbi fiamminghi è stato scelto come copertina dell’album dei Fleet Foxes, ed ecco che il cerchio si chiude.

Bruegel il Vecchio – Proverbi fiamminghi
(foto dal web)

L’opera può, a primo impatto, sembrare un tranquillo spaccato di vita contadina. In realtà, strizzando gli occhi la scena che ci appare è l’opposto. Un uomo morde una colonna, un secondo sembra aver perso i sensi su una tavola. Stanno strozzando un demone mentre una donna è imprigionata in una finestra.

La chiave di lettura sono i proverbi: ogni episodio rappresenta un detto popolare, per un totale di circa 120 nell’intero dipinto.

Hieronymus Bosch – Sette peccati capitali
(foto dal web)

In basso a destra, l’uomo vestito di verde che sta armeggiando con una pentola piena di zuppa rappresenta il famoso “inutile piangere sul latte versato” (italianizzato, a partire dalla versione olandese). Poco sopra di lui, il frate che sembra implorare perdono al re dalla barba bianca è invece il “credere di farla franca”. All’estrema sinistra, l’arringa appesa al soffitto della casa sta ad indicare che “le apparenze ingannano”.

E così ancora più di cento modi di dire, congelati sulla tela, da tramandare ai posteri. Una saggezza, spesso anche grezza, poco consona alla schizofrenia del mondo contemporaneo, ma l’ideale per ritagliarsi quello spazio di cui tutti abbiamo bisogno.

I’m turning myself into a demon
I don’t know what I have done.

Torna al paese.

Laura Bartolini