“Avatar” protagonista della nuova puntata di “Road to Flop“. C’erano dubbi? Se avete imparato a conoscere questa nostra salace rubrica, sapevate che prima o poi saremmo arrivati al coloratissimo campione d’incassi diretto da James Cameron nel 2009. Un’opera più volte accusata di aver celato con effetti speciali da antologia, una trama altresì parecchio scontata e deludente.
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Siamo su Pandora, un satellite del gigante gassoso Polifemo orbitante attorno alle tre stelle che compongono il sistema di Alfa Centauri. E’ il 2154 quando vi giunge una spedizione terrestre in cerca di un cristallo ferroso: l’unobtainium – capace di risolvere i problemi energetici della Terra -. Gli indigeni del satellite, i Na’vi, sono capaci di costruire degli esseri per metà senzienti noti come “Avatar”, i quali la RDA terrestre ha intenzione di sfruttare dopo un’apparente diplomazia, per allontanare gli autoctoni dal loro villaggio e recuperare il cristallo. In loro supporto arriva l’ex-marine disincantato Jake Sully, reduce dalla morte del fratello e chiamato su Pandora per governare l’avatar di lui. Tuttavia, con l’andar del tempo, Jake si avvicinerà sempre più ai Na’vi guidandoli nella rivolta contro le ingerenze terrestri.

Manuale per creare un “Avatar” con pezzi di altri film
Tra i tanti che si sono opposti ad “Avatar”, le critiche più ricordate facevano capo a una non troppo velata somiglianza alla storia di “Pocahontas“. E’ vero, la presenza di una forte critica all’uomo come invasore e genocida vi si rispecchia parecchio; e, di certo, il protagonista che, da consumato marine, si ritrova a parteggiare per i sottomessi, già solo a enunciarla in questo modo, appare tutto fuorché un’idea innovativa. Era presente anche nei romanzi di Tarzan e nei film della serie degli anni Venti-Trenta. Così come può esserci utile ripensare a “Balla coi Lupi“. Per farla breve: nulla di nuove sotto il sole. Anzi, nulla di nuovo sotto Proxima Centauri.
Ciononostante, appare chiaro come la maggior parte delle ispirazioni per ciò che concerna la fantascienza, Cameron le abbia tratte dal ciclo di “Dune” di Frank Herbert. Facciamo mente locale: l’invasione di Pandora è volta a conquistare il cristallo ferroso noto come unobtainium (che poi sembrerebbe più il nome di un gas nobile, ma tant’è), un po’ come in “Dune“, i vari casati si contendono la spezia (il melange) presente sul pianeta Arrakis. Jake Sully, come il Paul Atreides di Herbert, da alleato degli sfruttatori del popolo autoctono del pianeta, diviene condottiero del medesimo.
Abbiamo citato “Dune” solo allo scopo di mostrare il processo di eccessivo “taglia e cuci” apportato da Cameron. Nulla di sbagliato, direte. In fin dei conti, citando vari autori tra cui Borges, l’originalità non esiste. Eppure, le accuse di banalità rivolte alla trama di “Avatar” non sono tutte contenute in questa macedonia creativa – o copiativa -. La trama in sé è banale e già vista, ma anche per altre ragioni.

La colpa umana
Poiché abbiamo citato “Dune”, vale la pena di differenziare i modi di narrare di Herbert e Cameron. Il primo, con sublime finezza, accusa l’intera umanità di essere la causa stessa dei suoi mali. Mette uomini contro uomini – nello spazio -, assoggettando tutto ai capricci di un nugolo di casati feudali. Cameron, invece, con uno slancio di retorica tesista, non sublima un bel niente: è diretto nel raccontare come sia l’uomo tutto la causa dei mali del mondo – e dell’Universo -. Non mette l’uomo contro l’uomo come ogni narratore che sappia spingere il lettore a porsi nuove domande; mette l’uomo contro l’Universo come il classico autore che pretende di dare delle semplici risposte. La nascita dell’uomo è una colpa – sembra di essere ritornati ad Anassimandro -, ed è finita qui. Nessun altra domanda.
Sostiene una causa pseudo-ambientalista dove la Terra, completamente tecnologizzata, è arida e schiava delle ingerenze umane. Il suo racconto, pertanto, non propone un tema contraddittorio come quello del citato “Dune”, bensì affronta una tesi quasi da laurea: l’uomo è il male. E, in questi termini, appare inevitabile pensare che Cameron stia puntando a quel pubblico da bar che liquida ogni domanda con la risposta “l’uomo è il vero virus della società“. Un pubblico che non vuole sentire altre ragioni od opinioni.

In buona sostanza, sapendo che quello della colpa umana è un argomento che ci portiamo dai tempi del Vecchio Testamento, Cameron si sgrava della necessità di trovare un contraltare a questa tesi per il suo film, tramutandolo in una sorta di raccolta di massime a buon mercato proferibili dai succitati avventori del bar.
Una filosofia spicciola ammantata di retorica e di banalità. Laddove in “Pocahontas” si aveva uno sguardo su fatti storici, così come in “Balla coi Lupi“, qui, il regista, comprendendo le potenzialità di un film così colossale e corposo, pone il discorso in un modo semplicistico, utile a far lievitare gli incassi. Punta alla persona che vuole sentire solo risposte semplici e dirette. La banalità della colpa umana, un argomento sempre caldo, viene espresso nel modo più liscio e, per certi versi, pigro, restituendoci così un film che prova a nascondere le proprie lacune con la spettacolarità della sua veste grafica.
MANUEL DI MAGGIO
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