La virtù dell’eclettismo è retaggio di uomini che affiancano la loro vita e carriera ad una moltitudine disomogenea ma assennata di idee, opere e realizzazioni. Quando questo connubio di abilità ed estro è caratteristica dell’artista allora il suo lavoro diventa pane per gli appassionati e pietra miliare per i posteri. Antonio e Pupi Avati sono, di certo, la coppia di cineasti più spiazzante e multiforme del panorama italiano. Antonio Avati, sceneggiatore, produttore e regista si è concesso a Metropolitan Magazine per parlarci del suo cinema.
Antonio Avati, una carriera cinquantennale a fianco del fratello.
La penna del più piccolo dei fratelli Avati ha firmato una lunga serie di capolavori del nostro cinema da “La mazurka del barone, della santa e del fico fiorone” a “Una gita scolastica” a “Festival” spaziando con agilità e scioltezza dalla commedia satirica di “Bordella” al magnifico horror de “La casa delle finestre che ridono” fino all’ultimo “Il signor Diavolo”. Produttore delle opere create a braccetto con il fratello Pupi con la “DueA Film”, la sua immersione nella lavorazione di un film è totale e spesso decisiva.

L’intervista MMI ad Antonio Avati.
I suoi lavori spaziano di genere in genere dalla commedia, al dramma, all’horror. Ecco c’è né uno in particolare a cui è più legato o che si diverte di più a sviluppare?
Come genere io sarei, così più affezionato e forse un po’ più reattivo e inventivo e creativo per quel che riguarda il genere surreale o comico, comico se naturalmente riusciamo ad esserlo perché non è facile, grottesco che fa più parte della sezione iniziale della nostra carriera. Sono i film che fra l’altro, forse, non sono i film indimenticabili girati da mio fratello e prodotti da me, quindi, mi riferisco a “Bordella”, mi riferisco a “Tutti defunti… tranne i morti”, mi riferisco a “La mazurka del barone,del santo e del fico fiorone” fino a forse l’ultimo che poteva avere quelle intenzioni per lo meno di essere un film molto brillante e che invece ha avuto poi il successo sperato, da cui non ci aspettavamo niente di più, è “Gli amici del bar Margherita”. Questo sarebbe il genere di Antonio Avati non della ditta Avati. Io ho una predilezione per le cose che sono andate meno bene, quindi una predilezione probabilmente sbagliata. Preferisco in televisione, quelle poche volte che viene trasmesso, rivedere un film come “Bordella” che tutte le volte mi sorprende che rivedere un grande successo come può esser stato “Il testimone dello sposo” o “Gita scolastica” o “Regalo di natale”. Ma perché son film, “Bordella”, “Tutti defunti… tranne i morti”, “La mazurka” che comunque riescono ancora a sorprendermi e nello stesso tempo, presuntuosamente, di poter dire che eravamo molto molto avanti nei tempi perché poi tutta la comicità demenziale, tutte le cose che sono seguite assomigliano molto a quelle che noi facevamo a metà degli anni settanta. Poi è chiaro che mi trovo molto bene anche nell’horror mi trovo abbastanza bene nel genere commedia, non grottesca, non surreale, non folle. Ma quando si tratta di attraversare le nostalgie degli anni 50, all’inizio degli anni 60 sono cose che appartengono di più all’autobiografia di Pupi quindi per me è un pò più difficile entrarci, cioè ci entro ugualmente perché poi molte idee che non fanno parte esattamente della sua vita che però fanno parte della sceneggiatura sono anche mie. Però da quando Pupi ha cominciato a scrivere in prima persona a livello di diario, poi non era un diario certamente è preciso ed analitico ma era un diario che si permetteva tante, così, uscite da quella che era la vera storia di quel periodo della sua vita. Da quando Pupi con “Jazz band” che era uno sceneggiato, allora le fiction si chiamavano sceneggiati, cominciò a scrivere ripeto in prima persona, cominciò a parlare direttamente di se stesso, delle sue esperienze personali, la mia partecipazione come sceneggiatore è la partecipazione di uno che era stato più che altro uno spettatore più che un protagonista. Anche perché trattandosi di ricordi di mio fratello da ventenne o da venticinquenne, io avendo 8 anni di meno sarei stato anche troppo giovane per viverli contemporaneamente a lui o coprotagonista con lui. Noi siamo diventati, oltre che fratelli, che lo siamo sempre stati, siamo diventati anche collaboratori diretti e amici nella scrittura solo quando le età sono diventate adulte entrambe. Cioè quando mio fratello aveva 20 anni e io ne avevo 12 non potevo partecipare ai suoi hobby o alle sue passioni o ai suoi eventuali primi tentativi di scrittura. Quando invece ho compiuto i 20 anni e mio fratello ne aveva solo 8 di più, siamo diventati come coetanei, abbiamo iniziato a parlare la stessa lingua, e probabilmente ad avere gli stessi gusti e le stesse passioni.
Seppur questa sua predilezione per l’horror come mai avete aspettato più di trent’anni per tornare all’horror con “Il signor Diavolo” ?
No, non abbiamo aspettato più di trent’anni per arrivare all’horror con “Il signor Diavolo” perché abbiamo girato e scritto altri film tra “La casa delle finestre che ridono” e “Il signor Diavolo”. Abbiamo molto vicino a “Il signor Diavolo”, mi sembra nel 79’, abbiamo girato “Zeder” che forse è un horror addirittura più duro e più cruento de “Il signor diavolo”. Poi col tempo abbiamo girato sempre film sul versante thriller e pauroso e quasi orrorrifico. Abbiamo girato un film che ha avuto un grandissimo successo di critica e di premi, di incassi non tanto ma insomma meritava forse di più, che si chiamava “L’arcano incantatore”. Poi tra l’America e l’Italia abbiamo girato “Il nascondiglio”, film con Laura Morante girato totalmente in inglese e, tranne Laura Morante, con tutti attori americani. Quindi non è che siamo stati diciamo fermi sul versante horror per trent’anni. “Il signor Diavolo” è, forse, rimasto più impresso perché più recente, essendo uscito nelle sale in Italia a seguito dell’azzardata scommessa del distributore di farci uscire in coda all’estate. “Il signor Diavolo”, seppur uscito in un periodo cosi poco cinematografico, il 22 agosto 2019, ha dato dei risultati decenti al box office perché fare più di un milione di euro di incasso lordo al botteghino in quel periodo è come farne dieci nella settimana di natale.
Nella scrittura il rapporto con suo fratello e di costante incontro o di frequente scontro?
Nella fase di scrittura è di incontro più che scontro e poi lo scontro avviene, ed è molto molto determinante, e io lì, la mia figura diventa improvvisamente molto molto importante, divento quasi il capo fila, quando il film è già premontato e quando si debbono cambiare o migliorare, dal mio punto di vista naturalmente, certe cose o da alleggerire il film. La bella copia finale del film che spesso è stata generata attraverso dei cambiamenti abbastanza radicali a livello di spostamenti, di tagli, di scene che sono state ridoppiate cambiando il dialogo ecc.., in quel momento la mia figura di sceneggiatore diventa predominante e ci sono forse spesso anche degli scontri perché mio fratello non è che tutte le cose che dico le accetta passivamente.

Lei ha una concezione o un’idea di cinema ben precisa che guida il suo lavoro oppure è aperto a continui cambiamenti e deviazioni?
Aperto a continui cambiamenti, continuamente, che spesso non pagano ma anzi dobbiamo subire le conseguenze, ma del resto è la cosa divertente della nostra attività, piacevole è solo quella, perché le ripeto i nostri film non hanno mai incassato delle cifre enormi. Noi il cosiddetto botto che nel gergo cinematografico si usa chiamare cosi, che fanno più o meno tutti, che fanno almeno una volte nella loro carriera, che vuol dire l’incasso boom non l’abbiamo mai fatto. E poi magari questi registi, questi produttori che hanno fatto questo film dopo 3 anni, dopo 4 anni non lavorano più perché dopo provano a fare il copia incolla del film precedente e poi la gente si tanca. A noi non è mai capitato. Noi abbiamo una serie di film che sono andati discretamente, che sono andati abbastanza bene, che hanno accontentato e ripagato abbondantemente il finanziatore, che hanno partecipato a dei festival molto importanti, che hanno vinto dei premi molto importanti, ma ripeto non abbiamo mai fatto un film che è stato in classifica per mesi e mesi, che alle giornate professionali del cinema ha ricevuto qualche menzione, qualche riconoscimento dagli esercenti.
Una peculiarità delle sue opere è la scelta di attori apparentemente lontani dal ruolo assegnatogli. Durante la scrittura lei ha già in mente l’attore a cui affidare il ruolo oppure è un’illuminazione postuma?
Questa scelta particolare avviene spesso ancor prima della fase di scrittura, per cui noi ci possiamo già permettere di scrivere la sceneggiatura sapendo già chi sarà l’interprete. Quindi sulla sceneggiatura ci sono già le connotazioni anche fisiche, il ritratto dell’attore, del Marcorè, della Katia Ricciarelli o del Diego Abatantuono in “Regalo di natale”. Il fatto di averli scelti in maniera cosi strana, cosi spiazzante e così originali, io credo che per adesso sia stata sempre una scelta vincente. In certi casi, come il caso più eclatante è stato quello di Boldi con il film “Festival” girato 20, 25 anni fa, non ci è andata bene, non siamo riusciti a trasformare Boldi in un’attore credibile in un ruolo altamente drammatico in cui si doveva solo recitare e basta. Ma se lei, invece, fa la lista di tutti gli altri interpreti di tutti i nostri film, o esordienti, o comici della televisione che facevano tutt’altro, o attori completamente dimenticati, son sempre state scelte vincenti e, scusi la presunzione, l’artefice dell’80 per cento di queste scelte, colui che le ha proposte sono sempre stato io.
A parer mio, se posso dire, Massimo Boldi in “Festival” era straordinario.
Massimo Boldi in “Festival” era straordinario perché era straordinario il film, ma non c’è andata bene e non possiamo dire che a Boldi gli abbiamo cambiato la carriera come è successo con Abatantuono o ne “La seconda notte di nozze” con Albanese che veniva da un flop colossale con un film diretto da lui, interpretato dalla figlia di Cerami, scritto dallo stesso Cerami, che non mi ricordo il titolo. Adesso Albanese è uno dei numeri uno del nostro cinema perché ha fatto 2,3 film di grande successo commerciale. Ma allora quando gli facemmo fare “La seconda notte di nozze”, non dico che quando lo chiamammo, gli telefonammo, venne a piedi, perché abitava ancora a Bologna poi dopo è andato a stare a Milano, non dico che sia venuto a piedi da Bologna ma insomma dopo un’ora dalla nostra telefonata l’avevamo già, era già li da noi a ringraziarci. Adesso sono i primi nomi che mi vengono, Marcorè, Christian De Sica ne “Il figlio più piccolo”, dove c’è anche un’altra invenzione col il figlio di De Sica interpretato da Nocella, che è una scelta molto molto coraggiosa perché era il primo film, appena uscito dal centro sperimentale, un fisico e una corporatura, allora e anche adesso, molto molto particolare e quindi rischiare su un attore così è stata una bella scommessa ma anche in questo caso è stata vinta credo.

E’ stata una delusione la mancata nomination all’Oscar per “Il testimone dello sposo”?
Siamo stati candidati al Golden Globe in America, siamo stati candidati come best foreign picture, miglior film straniero. Cinque film, uno era un film maledetto belga, la storia di un ragazzino che vuole diventare ragazzina e già allora si vede che queste cose prendevano, cominciavano ad essere moderne e allora questa cosa di questo film belga ci battè per due punti. Tutti erano convinti che i vincitori saremmo stati noi. Io e Pupi eravamo seduti su un tavolo vicino al palco dove assegnavano i Golden Globe con vicino al tavolo affianco, non le dico chi, tutto il cinema più importante di Hollywood, sembrava di essere all’interno di un cinegiornale. E ci avevano spiegato, nel momento in cui assegnavano il Golden Globe, il percorso che avremmo dovuto fare, quindi, eravamo proprio certi di vincerlo, quindi, si immagini la delusione. Poi con “Il testimone dello sposo” c’è stato un boicottaggio tale da parte della cinematografia italiana alla nostra nomination a rappresentare l’Italia agli Oscar perché il film era coprodotto da Aurelio De Laurentiis, che non è una persona tanto facile da amare le dico sinceramente, insomma una persona un pochettino arrogante, insomma una persona difficile. Godeva dell’odio dei Cecchi Gori, non c’era più Mario, di Vittorio Cecchi Gori e di Rita Rusic che invece avevano un certo potere in America perché erano soci di Weinstein della Miramax col quale fecero “La vita è bella” e che poi vinsero l’Oscar con “Mediterraneo”. E c’è stata una lotta tale per cui si sono inventati questa baggianata che noi non eravamo mai usciti in Italia e quindi non avremmo potuto partecipare agli Oscar e invece eravamo usciti, proprio per partecipare agli Oscar, in un cinema di Trevigliano sul lago, vicino Roma, proprio come facevano gli americani allora che bastava una proiezione pubblica a pagamento per essere in ordine con l’assegnazione della partecipazione regolare. Insomma c’è stata una cosa talmente tremenda, lettere scritte dai produttori, c’è stata una cosa per cui il film non ha avuto nè una nomination Americana e neppure per cui in Italia non ha vinto niente. Ma tutto per l’odio che si spartivano De Laurentiis e Vittorio Cecchi e Rita Rusic i quali sponsorizzavano un loro successo di quell’anno li che era “Ovosodo” di Virzì. C’è stata una primavera in cui in Italia nell’ambiente cinematografico si dibatteva e si parlava solo di quello. Quando c’è stata l’assegnazione dei Nastri d’Argento, Veltroni era il ministro dei beni culturali. Veltroni che non consideravamo certamente come uno dei nostri maggiori fan, si lo conoscevamo, lo stimavamo ma niente di più, ha fatto un discorso proprio per bacchettare il cinema italiano per queste porcherie, per queste diatribe che hanno fatto alle nostre spalle. Pupi per questa situazione non ha più voluto girare alcun film per un anno e mezzo, due anni per arrivare poi finalmente a “I cavalieri che fecero l’impresa”, proprio dalla delusione che gli avevano fatto tutti e tutto. Chi era vivo in quegli anni lo sa, se lo ricorda benissimo.
Dal 2000 in poi lei, nei titoli di coda è sempre accreditato come produttore e non come sceneggiatore…
Beh non sempre però eh. Adesso noi siamo candidati ai Nastri d’Argento, io, Pupi e il figlio di Pupi per “Il signor Diavolo”. Ogni tanto succede che le sceneggiature, ad esempio, il film che faremo sulla vita di Dante, in quello io non ho partecipato perché c’è stato un lavoro di ricerca, un lavoro di collaborazione con i maggior dantisti italiani da parte di mio fratello, al quale io non potevo assolutamente partecipare, dato il mio lavoro di, ahimè, purtroppo di produttore, quindi di organizzatore, quindi di quello che deve far quadrare i conti in un’industria cosi difficile come quella cinematografica. Non potevo mettermi a studiare la vita di dante e parlarne con Pasquini o con Cardini. Ma è chiaro che ogni film che uno fa, ogni film che noi produciamo che vada bene o vada male è la stessa cosa, si produce all’interno del mio ufficio, quindi all’interno della mia gestione, una tale pesantezza di lavoro. Perché tutti credono che un film, una volta che è uscito nelle sale sia finito li. Tutti credono, vabbè adesso ne faccio un altro bene, beati voi ne faccio un altro. Ma un film che è appena uscito si porta dietro lei non sa quante complicazioni con la burocrazia, l’estero, i diritti tv, i diritti pay, on demand e questo e quell’altro, le percentuali e le cose. La mia mente ogni anno che passa è talmente zeppa e ingombrata da tutte ste problematiche per cui la mia creatività, e ce n’è ancora un pò per fortuna a disposizione, non è più così libera di esplodere e di proporre. E’ una creatività un po’ compromessa da queste problematiche che non mi piacciono affatto. Magari avessi qualcuno che me ne liberasse ma siccome ho sempre gestito io in prima persona come supervisore, anche degli scontrini del bar, la gestione della nostra società, ho abituato i miei collaboratori a questo tipo di lavoro molto molto controllato. Ma ho sbagliato, io dovevo fidarmi di più all’inizio e trovare qualcuno, anche un parente, qualcuno che dividesse con me i problemi e mi sarei divertito molto di più a firmare più sceneggiature possibili con Pupi.

Comunque anche se non è accreditato lei partecipa anche minimamente allo creazione del film?
Ma io partecipo tantissimo perché le ripeto sono determinante durante il montaggio, il doppiaggio, la postproduzione. Io riesco a essere quasi quotidianamente presente in moviola e quindi tutto quello che viene spostato, tutto quello che viene rimontato, tutto quello che viene ridoppiato, tutto quello che fa parte della versione finale del prodotto è molte volte se non quasi tutto suggerito da me. Se lei vede un film in copia lavoro ancora prima che sia stato verificato da me e da Pupi soltanto, perché Pupi la prima copia la fa vedere solo a me, e poi vede quella finale si accorge di quanti cambiamenti sono stati fatti. Per esempio “Il signor Diavolo”, finisce con Cavina che chiude nella botola il nostro protagonista Lo Giudice. C’è quel piccolo flashback in cui Lo Giudice si ricorda che da bambino era abitualmente, quando era cattivo, chiuso da questo padre cattivissimo in una stanza buia e poi alle spalle di Cavina arriva il ragazzo, il protagonista del film, e mostra appena appena i denti del maiale. Allora tutta questa situazione finale qua l’abbiamo inventata io e Pupi. I denti al protagonista lì, non glieli abbiamo messi quando girava il film ma sono stati apposti in maniera digitale da chi si occupa degli effetti visivi del film, quindi vuol dire che è un’idea proprio a fine film, di postproduzione.
Per il futuro Giuseppe Sgarbi e Dante Alighieri, due universi eterogenei che rappresentano il compendio di una carriera cinquantennale multiforme.
Si, Giuseppe Sgarbi, il padre di Vittorio. Ma non c’entra niente Vittorio col romanzo che ha scritto Giuseppe Sgarbi, che è una storia d’amore, dell’amore dei genitori dei fratelli Sgarbi che sono appunto Vittorio e Elisabetta che dura 65 anni. Ed è la crisi di questo vecchio dopo che è morta la moglie e quindi la figlia, che tra l’altro è anche un editrice, costringe il padre a scrivere le sue memorie e di farsi aiutare da un editor. Questo film dovremmo cominciarlo subito. Poi dopo c’è questa biografia di Dante che dovrebbe essere interpretata da Castellitto, ma non nel ruolo di Dante, Castellitto fa Boccaccio, perchè chi avrebbe dovuto interpretare Dante ne “La vita di Dante” oppure chi interpreterà Dante ne “La vita di Dante” diretta da Pupi è un attore che deve avere 4 o 5 età diverse perché Dante lo vediamo a 12, a 22 anni, a 30, a 60 anni, quindi non potremmo mai utilizzare lo stesso interprete. Allora il protagonista del film, l’uomo che si vede di più e che ha circa sempre la stessa età è Boccaccio che è il più grande biografo di Dante, colui che ha scritto “Il Trattatello”, dal quale ci siamo ispirati, che è proprio il racconto della vita avventurosa, thriller, tremenda, pericolosa, romantica, qualunque cosa gli è successa a questo’uomo, di Dante Alighieri e Boccaccio lo interpreta Castellitto.
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