Il primo terreno di sperimentazione audiovisiva di Saverio Costanzo sono stati i laboratori di Sociologia della Comunicazione della Sapienza. Inizia proprio dagli esordi, oltre vent’anni fa, il percorso della masterclass mediato da Maurizio Di Rienzo per lo ShorTS International Film Festival. Costanzo si definisce un etnografo, avvicinatosi per caso al cinema, con incoscienza e timore reverenziale per una forma d’arte a cui non ispirava nemmeno.

I primi documentari e l’esordio cinematografico

Nel 1998 Costanzo “fugge” dalla leva militare portando avanti un progetto di tesi a New York, sugli italiani a Brooklyn. Da questo nasce il primo antenato delle webserie, sul “Caffé Mille Luci” della 18 Avenue, acquistato dalla Rai in via sperimentale. Tornato in Italia, Costanzo sceglie un progetto molto impegnativo, La sala rossa, seguendo per novantacinque giorni il Pronto Soccorso del Policlinico romano. Dopo questa forte esperienza – racconta – decide di seguire un’amica in Palestina.

Saverio Costanzo - Photp credit : web
Saverio Costanzo – Photp credit : web

Lì nasce, per caso e per necessità, l’idea per la sua opera prima. Scopre a Gaza una casa isolata e occupata dai soldati israeliani, che tenevano prigioniera una famiglia araba. Non riuscendo a girare un documentario, per questioni di sicurezza, decide di trasformare la storia in un film. Private (2004) segna quindi il suo esordio ufficiale, girato a Riace, in Calabria, in quella che lui definisce un’oasi mediorientale incredibile. La storia, infatti, è la stessa di cui era stato testimone e viene interpretata da veri attori israeliani e palestinesi.

Il regista come arbitro e osservatore

Proprio per la sua propensione a dirigere senza parlare, filmare senza forzare gli eventi, il suo stile di regia è anomalo. Costanzo afferma appunto che gli attori si autodirigevano. Trovavano da soli il punto di equilibrio per rappresentare al meglio un conflitto di cui lui conosceva molto meno. Si tratta appunto dell’atteggiamento etnografico, dell’osservatore partecipante, come si dice in sociologia, che Costanzo vuole essere e rimanere.

Adam Driver, Saverio Costanzo e Alba Rohrwacher - Photo credit: web
Adam Driver, Saverio Costanzo e Alba Rohrwacher – Photo credit: web

Lo stesso identico principio lo spinge, per esempio, a ricercare storie già scritte da altri, in cui si riconosce ma si nasconde. È così che spiega a Di Rienzo la propensione per progetti di matrice letteraria. Molto prima dell’Amica geniale, infatti, dirige La solitudine dei numeri primi o Hungry Hearts, con Adam Driver. La scelta dell’adattamento deriva anche da un atteggiamento di umiltà, che non è falsa modestia, nei confronti dell’arte cinematografica.

Un cinema che rifiuta l’assolutismo dello sguardo registico

Costanzo non si considera un autore, non crede che la sua visione sia la componente essenziale dei film. Il centro è solo l’attore e il mondo che riesce a creare. Il regista non è altro che un osservatore curioso, che prende appunti con la macchina da presa anziché con il taccuino. Come diceva persino Jean Rouch, padre del cinema etnografico. Un cinema fatto più di istinto che di studio della forma, che riesce comunque ad aprire un nuovo mondo allo spettatore.

Saverio Costanzo e il cast de L'amica geniale - Photo credit: web
Saverio Costanzo e il cast de L’amica geniale – Photo credit: web

È per questo che lo ShorTS International Film Festival lo insignisce, con questa masterclass, del Premio Cinema del Presente 2020. Il suo sguardo, pur rifiutando una poetica autoriale, racconta infatti un altro cinema possibile, radicato nella realtà.

Articolo di Valeria Verbaro

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