«Quanto segue è ispirato ad una storia vera. La storia vera è ispirata ad una storia falsa. La storia falsa non è molto ispirata». Inizia con un avvertimento della voce narrante (quella gentile di Max Tortora), il secondo film dei fratelli D’Innocenzo. Il loro “Favolacce” è una favola nera avvolta da una abissale negatività in una comunità di famiglie trainata dalla disperazione che non lascia spazio ad un finale da “vissero felici e contenti”.
La periferia dei padri repressi e della felicità assente
Una calda estate circonda il micro-mondo di Spinaceto. Il quartiere periferico di Roma, fatto di bei villini monofamiliari, cene all’aperto, giardini con piscine gonfiabili e monotonia, è solo la facciata di tanta infelicità e frustrazione. Nella borgata ci sono Bruno e Dalila, con i due figli dodicenni Dennis e Alessia, e la famiglia Rosa, con la figlia Viola. In un camper, più in là nell’aperta campagna, vivono Amelio e il figlio Geremia. Una tranquillità solo apparente nasconde (nemmeno così bene) un ricco repertorio di inadeguatezze dei genitori, che si riversano tutte sull’animo dei figli.
Bruno (un magistrale Elio Germano) è un padre incapace di essere contento. Non bastano le pagelline scolastiche perfette dei figli, che lui fa sbandierare nel mezzo di una cena di gruppo, come cartelloni pubblicitari. Alterna pianti infantili (preferisce sfoggiare le sue lacrime piuttosto che asciugare quelle dei figli) a sfuriate isteriche e violente (in una di queste non esita a chiamare il figlio “merda umana”). Lui e la moglie (Barbara Chichiarelli) non indagano sui turbamenti che stanno crescendo dentro Alessia e Dennis, preferiscono lanciargli addosso la rabbia cieca che hanno covato in anni di insoddisfazioni.

Mentre le madri, complici di mariti che decidono tutto, assumono una posizione di ferma passività nei confronti dei piccoli, Bruno e i vicini-avversari sono padri “capifamiglia” repressi, falsi, volgari ed invidiosi. Sfogano a denti stretti e a vene tese le proprie fantasie da stupratori, non si curano di cancellare le cronologie dei cellulari che finiscono nelle mani delle figlie troppo piccole per certe testimonianze. Non si preoccupano di nascondere la propria privacy da uomini adulti, masturbandosi all’aria aperta sotto la luce del sole.
Nel frattempo la felicità nei bambini è pressoché assente. Sbuca in piccoli attimi, in un regalo di compleanno, con una sopresa nelle patatine, sotto l’acqua dei gavettoni. Per i giovanissimi di Spinaceto ci sono perlopiù notizie bruttissime: un cane da sopprimere, i rimproveri (senza impegno e spiegazioni) dai grandi e la piscina in giardino squarciata in modo irrecuperabile. E indovinate un po’? La mano colpevole di queste cattive novità, all’ordine del giorno, è sempre quella del genitore.

L’animalesco Amelio e il fiuto del pericolo
Ma la personalità paterna più incisiva è senza dubbio quella di Amelio (un magistrale e sorprendente Gabriel Montesi). Dall’aspetto quasi animalesco, con una folta peluria e una camminata ondeggiante e scimmiesca, ha reazioni spropositate e tratta il figlio come un amico di sventure. Segue più l’istinto e meno la ragione nel crescere il figlio Geremia (Justin Korovkin), taciturno ed introverso. Lo fa esibendo però una schiettezza che non troviamo negli altri genitori del film.
Nutre il figlio con gli avanzi del ristorante (destinati ad un cane) e gestisce il morbillo di Geremia secondo le dinamiche strambe del “matrimonio programmato”, orchestrato insieme alla madre di Viola, per farle contrarre la malattia. Tuttavia, Amelio sembra in grado di vivere con il suo discendente/compare alcuni momenti di sincera gioia. In questo racconto oscuro sarà l’unico a “salvare” il figlio, ad avere il fiuto del pericolo imminente portando Geremia lontano dalla borgata “bigotta”. A ritirarlo da quella scuola “piena de malessere”, risparmiandogli proprio l’ultima lezione del professore-mentore che risulterà fatale a tutti gli altri.

I due “outsider”, figure sospese di un puzzle drammatico
A completare il puzzle extra-parentele ci sono due personaggi outsider. Quella significativa del professore di scienze (Lino Musella), l’unico a comprendere i suoi alunni, a riconoscere il loro disagio. Il solo adulto a prendere atto della negatività di ciò che li circonda, un ambiente dove anche essere dei geni non salva perché tanto “i geni hanno una vita di merda”. L’unico a condividere con le giovani vittime la rabbia e un senso di smarrimento, al punto da guidarli verso il loro drammatico atto finale.
L’altra figura, “sospesa” tra piccoli e grandi, è quella di Vilma (lo splendido debutto sul grande schermo di Ileana D’Ambra è da incorniciare). La ragazza incinta, ancora legata all’infanzia (dialoga solo con sua madre e con il bimbo Dennis), ha il desiderio e il coraggio (a metà) di iniziare una nuova vita con il suo fidanzato e la loro bambina, lontano dal quartiere dove si può crescere solo male. Ma anche il suo personaggio, forse il più emblematico del film, non troverà la salvezza. I progetti della giovane coppia, fin da subito raccontati dal ragazzo con toni sognanti, si spostano in meno di un minuto dalla neonata alle discoteche di Ibiza (profetizzando un altro cattivo padre di borgata). E fra le note della canzone “Sara” di Paolo Meneguzzi prende spazio lo sfogo straziante di Vilma, che non lascia presagire nulla di buono.

La favola dell’inquietudine dei fratelli D’Innocenzo
Damiano e Fabio D’Innocenzo spogliano la provincia laziale (o più in generale, la vita nella provincia italiana) dalla maschera dell’ordinaria perfezione, solo apparente. Lo fanno bombardando elegantemente lo schermo di negatività, in quello che risulterà un ritorno eccellente del cinema d’autore all’italiana. Usano lo stessa spontaneità già percepita nel loro film d’esordio, “La terra dell’abbastanza”. Con una rabbia riversata in una storia desolante, in grado di toccare fino in fondo chiunque guarderà questo capolavoro. È impossibile uscirne indenni e sentirsi innocenti, prenderne le distanze di sicurezza dopo la visione.
I gemelli romani ci sbattono in faccia un quartiere truccato di finta bellezza e di giardini ben curati, che ricorda quello americano delle periferie lynchiane. Ma se in “Velluto blu” il mostro era un criminale efferato e perverso, in “Favolacce” l’inquietudine si materializza all’interno di rapporti familiari senza scorciatoie. Dove ai bambini manca l’ispirazione per riempire un nuovo diario. Per continuare a vivere.

“Ricominciare da zero”
Geremia sarà l’unico a “ricominciare da zero”, fuggendo con il padre e cambiando la prospettiva della realtà dei fatti agli occhi dello spettatore. Tornando al punto di partenza. Ad una tragica notizia alla televisione, alla cui negatività il bestiale genitore Amelio risponderà con un furbo ghigno di soddisfazione. E alle scuse del narratore Tortora per il racconto pessimistico.
Con la loro seconda opera, Damiano e Fabio straconvincono la critica ed entrano nella mente del pubblico. La sceneggiatura, premiata a Berlino con l’Orso d’argento, porta la loro firma e segna un nuovo inizio per il cinema nostrano. La loro scrittura spontanea vede ancora una volta l’Italia infantile trionfare (l’anno scorso a vincere era stata la sceneggiatura del film “La paranza dei bambini”). E ancora una volta sono dei bambini arrabbiati e poco sorridenti. Armati di coraggio (al contrario del genitore Bruno, vigliacco fino all’ultima tragica scena) e consapevolezza di non voler più crescere nel malessere che li circonda.

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