A causa di un’interruzione stradale sule percorso che li dovrebbe portare a un importante match di football del giorno dopo, un gruppo di amici decide di accamparsi in una radura per la notte, nei pressi  di quello che i cartelli pubblicitari presentano come “La casa di cera”.

Ma la mattina dopo un’apparentemente casuale serie di contrattempi li dividerà, facendoli poi di nuovo radunare all’interno di quello che all’inizio sembra solo un innocuo museo delle cere

“La maschera di cera”: Paris Hilton e l’orrore

E’ tutto molto convenzionale e prevedibile ne “La maschera di cera”: l’eterogeneo gruppo di amici e le tensioni interne allo stesso, la provincia redneck che partorisce mostri, i contrattempi che fanno in modo che le strade tra i due mondi si incrocino con le inevitabili conseguenza apocalittiche.  Nulla, nel riadattamento di Chad  e Carey Hayes della sceneggiatura della discreta pellicola originale del 1953 con sua maestà Vincent Price, sembra essersi davvero mosso dai tempi di “Texas Chainsaw Massacre”, quasi trent’anni prima.

Nella mani del pratico ed efficiente mestierante del’intrattenimento un tanto al chilo Jaume Collet-Serra (“Goal 2 “, “ e “Orphan” prima di passare alle grandi produzioni alla “Jungle Cruise”), l’unico reale movente della pellicola va forse ricercato nell’esordio sul grande schermo della allora ubiqua Paris Hilton, mediocre come il resto del giovane cast. Il regista gioca sulle alternanze tra girato e footage amatoriale, come la tendenza dei tempi (2005) richiede, ma la costruzione della tensione risulta sempre banale, telefonata e della stessa consistenza cerulea degli ospiti del museo.

A parziale attenuante del tutto, una catartica scena finale di sicuro effetto ed efficace messa in scena, ma le quasi due ore di pellicola che precedono la pirotecnica conclusione potrebbero rivelarsi un prezzo troppo alto da pagare.

Andrea Avvenengo

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