L’adolescente Astrid (Alison Lohman) vive sola con la madre Ingrid (Michel Pfeiffer), artista di successo e donna tanto elitaria quanto autoreferenziale che viene accusata di aver avvelenato a morte il proprio compagno. Condannata a 35 anni di reclusione, non può che stare a guardare mentre la figlia viene affidata ai servizi sociali.
Mentre Ingrid, pur dietro le sbarre, cercherà di non perdere la presa su Astrid, per la ragazza inizia una terribile odissea nel circuito delle foster homes e degli istituti d’accoglienza. Una via crucis che, come nella miglior tradizione, si rivelerà per lei una dolorosa, difficile e inevitabile storia di formazione.
“Oleandro bianco”: da grandi successi letterari derivano…
E’ assolutamente evidente che, come da più parti riportato ai tempi della sua uscita, “Oleandro bianco” sarebbe stato un film in qualche modo fin troppo ben calcolato. Innanzitutto perché ben calcolato è stato il romanzo da cui è tratto. L’omonima opera di Janet Finch è stato romanzo giusto al momento giusto. Il classico esempio del lavoro capace di intercettare quella ciclica corrente a tema (post)adolescenziale che torna, investe il mercato e se ne va. Un romanzo “americano” nella concezione più banalizzante del termine, tremenda storia di formazione da cui alla fine nascono fiori. Per la rappresentazione della realtà, rivolgersi altrove. Ovvio quindi che al momento della trasposizione cinematografica il monolite Warner Bros abbia deciso di investire sul sicuro.
Una bravissima attrice emergente (Alison Loham) un trio di pezzi grossi della Hollywood che conta (Michel Pfeiffer,Renée Zelweger e Robin Wright) e un onesto regista televisivo, Peter Kosminsky, che rimanesse nei ranghi senza eccesivi personalismi né tecnicismi vari. Un film interamente al femminile: gli adulti di genere maschile quando non sono fantasmi da evocare sono presenze fisiche moleste e poco più. Tendenzialmente portatori di guai e ulteriori complicazioni. Non che nel film se ne senta la mancanza. L’imbastitura narrativa di base sarebbe così piena di sostanza al femminile da permettere di puntare l’attenzione su interi micro-universi.
Tanto rumore per nulla
Partendo dal rapporto tra Astrid e la madre, un meraviglioso e spietato rettile narcisista a sangue freddo, manipolatorio e tossico. E poi la dialettica possibile tra la figura della ragazza e la sua prima affidataria, l’ex-junkie ora fervida credente Starr (Robin Wright), o con Claire, la tragica attrice di Renée Zelweger. Ha del disturbante vedere delle valide ed efficaci interpreti lavorare su un canovaccio tanto superficiale e patinato. Si lanciano sassi e ritira la mano passando con nonchalance al momento narrativo successivo. Abbozzi di personaggi e situazioni tanto estreme ridotte a climax da telenovela o quasi.
Una funesta carrellata di categorie umane il cui uno scopo sembra essere quello di proiettare le proprie delusioni, contraddizioni e tragedie sulla povera Astrid. Ma la pellicola è ben lontana dal tentare di essere una qualche effettiva riflessione sulla comunità umana chiamata famiglia, sulle complicazioni dei rapporti (pseudo)parentali, sulla tragica tensione dell’essere umano a tramandare per osmosi le proprie storture. Il tutto si risolve in una serie di prove formative che Astrid supera indenne con un didascalico taglio di capelli o un cambio di look. Così presentati, i tremendi test esistenziali di Astrid finiscono per ridursi a una tragica sequela di appiccicaticcio e superficiale melò.
Tanto rumore per nulla
Che non può che portare ad un finale illuminato dal sole di un futuro radioso, dove basta chiudere il passato in valigia per lasciarselo alle spalle. Esempio quasi sovrannaturale di perseveranza e lucidità, Astrid diventa quasi un inconsapevole deus ex machina capace addirittura di correggere con un discorso la rotta esistenziale di una madre irrimediabilmente manipolatoria. La povera Claire è il doveroso agnello sacrificale della storia, che il resto sia realizzazione, amore e festa.
Un po’ meno alla Warner Bros che non è riuscita a ripetere il successo commerciale della controparte letteraria ottenendo risultati mediocri al botteghino.
Andrea Avvenengo
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