È morto a 79 anni Enzo Carra, giornalista che tra il 1989 e il 1992 fu capoufficio stampa della Democrazia Cristiana e negli anni successivi deputato in tre legislature con la Margherita e con il Partito Democratico.
All’inizio degli anni Novanta, Carra fu anche coinvolto nell’inchiesta nota come Mani Pulite, o Tangentopoli, che riguardò l’esteso sistema di corruzione e concussione che coinvolgeva quasi tutti i principali partiti di allora e un pezzo dell’imprenditoria italiana. Nel febbraio del 1993 venne ascoltato come persona informata dei fatti dal procuratore Antonio Di Pietro sulla base di alcune dichiarazioni di Graziano Moro, collaboratore dell’allora vicesegretario Democrazia Cristiana Silvio Lega, riguardanti una presunta tangente di 5 miliardi di lire ricevuta dal partito. Carra disse di non saperne nulla, ma la procura ritenne la sua testimonianza falsa e lo incriminò e arrestò per il reato di “false o reticenti informazioni rese al pubblico ministero”.

Enzo Carra ha raccontato la politica come giornalista per quasi vent’anni, prima di diventarne un protagonista come portavoce della Dc e quindi come parlamentare di area centrista. Nato a Roma l’8 agosto del 1943, già a 22 anni inizia a scrivere occupandosi di critica cinematografica, fondando anche un giornale dal titolo ‘Il Dramma’. Poi nel ’70 l’approdo a ‘Il Tempo’, dove rimane fino al 1987, firma di punta delle pagine politiche. Negli anni del Caf, con l’avvento alla guida della Dc di Arnaldo Forlani nel 1989, diventa il portavoce del partito, poi coinvolto, suo malgrado, nell’inchiesta relativa alla maxi tangente Enimont, accusato di falsa testimonianza. Una vicenda che, anche e soprattutto per le modalità che portano al suo arresto nell’inverno del 1993, segna la sua vita e quella della sua famiglia.
Negli anni del Caf, con l’avvento alla guida della Dc di Arnaldo Forlani nel 1989, diventa il portavoce del partito, poi coinvolto, suo malgrado, nell’inchiesta relativa alla maxi tangente Enimont, accusato di falsa testimonianza. Una vicenda che, anche e soprattutto per le modalità che portano al suo arresto nell’inverno del 1993, segna la sua vita e quella della sua famiglia.
“Mio figlio -racconterà in un’intervista in occasione dei trent’anni di Tangentopoli- veniva villaneggiato a scuola e fece molta fatica a riprendersi. Io mi rimisi in carreggiata grazie a un amico psichiatra. Volevo andare via, mia moglie insisteva perché rimanessimo in Italia, ricominciai a lavorare solo due anni dopo grazie a Minoli”.
Tuttavia non riesce a resistere al richiamo della politica e nel 2001 viene eletto alla Camera con la Margherita (sarà relatore di minoranza della legge Gasparri in materia di telecomunicazioni), confermato nel 2006 e poi nel 2008. Entrato nel frattempo nel Pd dopo la fusione tra Ds e Margherita, lo lascerà nel 2010 per approdare nell’Unione di centro. Prima di lasciare la Camera riuscirà a vedere approvata come relatore la legge sull’equo compenso per i giornalisti precari.
“Mani pulite -scrive Carra nel 1999 nel libro ‘Il caso Citaristi’ (il tesoriere della Dc), edito da Sellerio- fu in ultima analisi un piccolo squarcio nei nostri vizi pubblici e privati; poteva essere una grande occasione per metterli sotto accusa questi vizi, insieme ai corrotti e ai corruttori. È stata una grande occasione mancata per cambiare le regole e i comportamenti nella nostra società. Si è fatta da qualche parte una serena autocritica? Con un’eccezionale prova dell’italianissima arte di arrangiarsi il cammino è ripreso come prima, o quasi”.
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