Il poeta Salvatore Quasimodo ricorda il gesto compiuto da Luigi Tenco durante il Festival di Sanremo 1967. Il suicidio compiuto dal cantautore della scuola genovese aveva creato numerosi dibattiti e recriminazioni; molti artisti non si presentano al funerale del collega, quasi come un gesto di biasimo nei suoi riguardi. Saranno in pochi, fra cui il grande amico Fabrizio De Andrè, ad andare oltre le apparenze di quel gesto tragico che alla fine degli anni ’60 aveva sconvolto l’Italia.

Salvatore Quasimodo, l’articolo per Luigi Tenco e l’accusa contro i moralismi

Luigi Tenco Salvatore Quasimodo
Ph: occhionotizie.it

Luigi Tenco credeva nella sua musica, ed era per questo che voleva essere amato; non per gli scandali, né per i gossip o i rotocalchi. Nonostante il senso di inadeguatezza che permeava la sua anima e che traspariva da numerosi suoi brani, come per esempio uno fra i più noti ” Ciao amore Ciao”:

In un mondo di luci sentirsi nessuno

Una frase emblematica che descrive l’anima scissa di Luigi: candida, in quanto umile, ma oscurata dal peso di una realtà che, sempre di più, si evolveva nel consumismo, nella velocità, nella mancata propensione alla contemplazione dei veri problemi della società. Luigi Tenco non era vacillante perché insicuro delle proprie idee, ma in quanto cosciente di non esser capito in una società così frammenta e propensa alla frivolezza. Tutte le sue canzoni convergono in un punto ben preciso: l’intolleranza verso il compromesso, qualunque esso sia.

La mia più grande ambizione è quella di fare in modo che la gente possa capire chi sono io attraverso le mie canzoni, cosa che non è ancora successa.

Luigi Tenco, intervista con Sandro Ciotti, 1962

In questa cornice rivoluzionaria in cui il cantautore brama la rottura musicale con la tradizione italiana per tematiche come la giustizia sociale, la critica alla politica e alle ideologie, l’emarginazione e l’individualismo, il poeta Salvatore Quasimodo fa luce sulla vera essenza di Tenco in un articolo comparso su “Il Tempo”, venerdì 10 febbraio 1967. Quella di Luigi è una personalità tormentata che si faceva spazio in un’epoca in cui le canzoni spensierate e i ”musicarelli” decollavano verso il successo. I suoi testi sono una denuncia a una società intrisa di ipocrisie e convenzioni, un monito che solletica le coscienze verso una disuguaglianza sociale vestita da perbenismo. Cara Maestra  è una delle canzoni che più si avvicinano all’ideologia sostenuta di Tenco.

 Il suicidio come atto di debolezza sminuito da una morale comune priva di pensiero critico

Il mormorio della massa che si era elevato dopo il suicidio di Luigi Tenco diventa emblematico non solo per l’atto in quanto respinto dalla morale del tempo, ma come attestazione quasi profetica delle argomentazioni dello stesso Luigi. Qualcuno aveva criticato il gesto sminuendolo come un atto di frivola fragilità; qualcun altro aveva svilito un artista rivoluzionario appellandolo come un giovane debole che si era ucciso per una canzone.

Quella che per Luigi doveva essere una dimostrazione rivoluzionaria di rifiuto del compromesso fa sì che, anche da morto, si attiri una condanna di conferma delle sue fragilità. Salvatore Quasimodo ne parla con crudezza nel suo articolo per Il Tempo; a quasi due settimane dalla morte di Luigi il poeta, con estrema lucidità, pone ai lettori uno scenario diverso dalla condanna moralista, e lo fa utilizzando parole come ”omertà” , ”colpevolezza”, ”senso di coinvolgimento” da parte di un pubblico che dimentica troppo in fretta e che, invece, dovrebbe riflettere.


Tornare su un fatto di cronaca alla distanza di due giorni è già fastidioso per il lettore di quotidiani, ma insistere su qualcosa che è avvenuto due settimane prima è forse imperdonabile. Oggi la morte, le alluvioni, le guerre sono spinte da altre catastrofi o da occasioni mondane nel breve corso di 24 ore. Ma non siamo qui per fare della morale sulle leggi e sui costumi della nostra civiltà, diciamo invece che la noia è la minaccia che fa ingiallire i volti amati o odiati di ieri. Eppure vogliamo parlarvi ancora di Luigi Tenco, cantautore, che per un giorno si è conquistato con la morte tanta notorietà come non era mai riuscito da vivo con le sue canzoni. Diciamo per un giorno, perché la gente ha preferito poi dimenticarlo in fretta, quasi per un senso di omertà come sempre avviene quando ci si sente in un certo senso colpevoli, coinvolti. E non siamo forse un po’ tutti responsabili dell’atto estremo del cantante, noi che esaltiamo e sopportiamo il carosello del festival, da anni, senza esigere nemmeno un livello minimo di intelligenza nei contenuti delle canzoni?
La gente ha pianto la sua giovinezza, il mito del suicida che è caro al pubblico fin dai tempi dei cantastorie e del melodramma. E subito c’è stato chi ha detto: “Oggi i giovani si uccidono per una canzone! Sono dei deboli, ai miei tempi non si faceva così”. Già, il suicidio è un atto di presunzione, un atto di viltà. E allora il suicidio, la sua tremenda soluzione finale, ha attirato su Luigi Tenco una condanna: quella che per lui doveva essere una specie di lezione morale non è stata che una conferma della sua fragilità.

Salvatore Quasimodo da “Il Tempo”, venerdì 10 febbraio 1967

Il diverso punto di vista che Salvatore Quasimodo veicola a una società basata sul biasimo, sui pregiudizi e sulla mancanza di empatia è rivoluzionario: ma è davvero giusto non pretendere un minimo di contenuto dall’arte? Il gesto estremo ha fatto sì che Luigi incarnasse il mito del ragazzo suicida, così come la gente che lo piange e dimenticherà in fretta combacia tristemente col solito cliché del pianto a comando.

Quando le qualità sono un difetto di fronte a una massa assoggettata all’ottusità

L’articolo del poeta Salvatore Quasimodo continua, in toni più stridenti e accorati; è uno strigliare, un urlo che tenta di scuotere una massa dormiente che sonnecchia all’ombra di ciò che il consumismo gli propina. Una teoria che già, in quegli anni, era ampiamente portata avanti da un profetico Pier Paolo Pasolini.

Si potrebbe rispondere che i giovani vanno dove noi li lasciamo andare indicando loro la strada con tanto di frecce, manifesti, cartelli. I giovani e in questo caso i cantanti, i divi, sono esseri viventi e non prodotti da lanciare sul mercato e da gettare via quando i gusti dei consumatori reclamano una nuova etichetta. Così avviene nel mondo dello spettacolo e soprattutto oggi in quello dell’industria discografica che va forte, a giri di miliardi. Chi è furbo capisce che le qualità sono difetti agli occhi del pubblico e che solo ciò che è generico e non agita le opinioni dei benpensanti va bene, è lecito. I capelloni, i beat, i folk e i canti di protesta sono accolti purché non superino l’avanguardia rivoluzionaria della Vispa Teresa. Luigi Tenco ha voluto colpire a sangue il sonno mentale dell’italiano medio. La sua ribellione che coincideva con una situazione personale di uomo arrivato alla resa dei conti con la carriera, ha però ancora una volta urtato contro il muro dell’ottusità. Chi non è in grado di domandare un minimo di intelligenza a una canzone non può certo capire una morte. Il risultato del festival ha reso ancora più stridente il contrasto tra la reazione delle giurie e l’impegno che Luigi Tenco aveva sperato di richiamare con la violenza contro se stesso. Perciò pensiamo che pochi lo abbiano capito e per questo non vogliamo dimenticare il suicidio di Luigi Tenco che va al di là di ogni sdrucciolevole simbolismo beat.

Salvatore Quasimodo da “Il Tempo”, venerdì 10 febbraio 1967

Risulta chiara la posizione di Quasimodo: la borghesia che si eleva a saggia voce della sapienza, e del perbenismo che più si conviene in questi casi, non è altro che un grumo che intesse le sue contumelie contro un qualcosa che neanche è in grado di comprendere. Quasimodo, nel suo articolo, sottolinea la lungimiranza di un artista come Tenco ma anche la sua purezza; un’anima autentica come la sua diventa un difetto, una grossa zavorra, agli occhi di quei benpensati solo capaci a puntare il dito; solo chi resta a ”mezz’acqua”, non tanto in profondità ma nemmeno troppo in superficie, quel tanto che basta da risultare generico e accomoda le ristrettezze mentali del giudicatore di professione senza far germinare il seme della riflessione nelle opinioni del benpensate è accettato.

Ma Luigi era un diverso; uno che voleva scuotere la soporifera essenza dell’italiano medio genuflesso all’ottusità. Salvatore Quasimodo rincara la dose quando parla di un’industria discografica che insegue i gusti dei consumatori a discapito di tutto; oggi, si direbbe commercializzata. Ma lo stolto, chi pecca di grossolana indelicatezza e non è in grado di auspicare un minimo di intelligenza nel contenuto di una canzone, come può comprendere una morte di questo calibro? E quello che dice il poeta di Ed è subito sera non è così distante dall’epoca moderna.

Luigi Tenco, Salvatore Quasimodo e la decostruzione della retorica della commiserazione da parte del poeta Alfonso Gatto

Alfonso Gatto, poeta fra i massimi esponenti dell’ermetismo, riprende il Caso Tenco decostruendo punto per punto quella fastidiosa retorica pietista che il volgo poco dedito al pensiero critico applica alla morte del cantautore. Il chiacchiericcio di biasimo nei confronti di Luigi, da parte de soliti benpensati, è stroncato da un articolo di Alfonso Gatto in cui il poeta fa luce su una concezione probabilmente non compresa da chi, in quel periodo, parlava dell’accaduto: Tenco e il suo amore per la vita proprio nel momento stesso in cui aveva deciso di privarsi della propria esistenza. Un’ideologia che riprende, a tratti, la teoria sul suicidio del filosofo tedesco Schopenhauer; mettere fine alla propria vita equivaleva quasi ad affermare la volontà di esistere. Il suicidio, secondo il filosofo, non è mai un atto contro la vita in sé ma contro le condizioni insoddisfacenti della stessa.

Più o meno in ritardo sull’avvenimento, sono giunte alla rivista e a me stesso, quale autore di questa rubrica, molte lettere sul caso Tenco. Per rispondere, ho scelto, fra tutte le altre, questa breve e intensa lettera di Lelio Schiavone, Antonio Castaldi e Bruno Fontana che così scrivono da Salerno: “La morte di Luigi Tenco ci ha profondamente turbati. Era uno dei pochi cantanti italiani non stupidi: uno insomma che aveva qualcosa da dire. Ha commesso l’errore di sprecare la sua intelligenza e la sua tenerezza, partecipando alla fiera turistico-commerciale sanremese. Come ha potuto non capire che lì non c’era posto per lui, che le sue ragioni erano altrove, non in quella giungla? Nessuno di tutti quegli amici, che dopo la sua morte sono sorti come funghi, ha saputo vegliare al suo fianco. Nell’ora in cui era il giovane più triste della terra, Tenco era anche il più solo. Dio mio, il clima di questa Italietta mafiosa, bolsa, stupida, spudorata, odiosa, diventa sempre più irrespirabile. Cosa ne dice il poeta Gatto, vostro collaboratore? Rispondo. Più e più volte nella mia vita mi è toccato di vedere con i miei occhi grandi fatti della cronaca che sembravano fermare questa “Italietta mafiosa, bolsa, stupida, spudorata” nell’umana considerazione del dolore, nel ripensamento della miseria e della condizione dell’uomo. ”

Alfonso Gatto, da “Vie nuove”, 1967

Il poeta risponderà con durezza e con estrema onestà intellettuale sottolineando l’essere rivoluzionario del cantautore e, ancora una volta, una massa che non ha capito un uomo dall’estrema intelligenza e sensibilità:

Luigi Tenco, con la sua morte, non s’è visto nemmeno riconoscere la ragione che l’ha portato a dichiarare il suo amore alla vita nel momento stesso in cui aveva deciso di togliersela. È questo il “suo” testamento che tutti hanno cercato di dimenticare, nell’addurre a stanchezza, a delusione, a fragilità, il suo atto consapevole di amare la vita e di rifiutare una qualunque esistenza, che sia solo l’affronto del lasciarsi vivere, del ridursi a “oggetto” del potere altrui. […] Il messaggio che Tenco ci ha lasciato con la sua morte è un messaggio fisico che c’investe col chiederci se sappiamo pagare di persona le nostre scelte, se riusciamo a patire sulla pelle la sferza degli organizzatori (dai più alti ai più bassi) che continuano ad organizzare feste, festini e cattivo tempo in nome di una “pacificazione” parafranchista che pareggia vittime e vincitori, lutti e allegria.

”Caro, caro Tenco: non lo diremo mai povero, nemmeno col nostro affetto, nemmeno col nostro rimpianto. Poveri e squallidi sono soltanto i suoi mancati amici, i mancati ascoltatori che non hanno creduto a lui e alle sue timide, ma chiare parole di poeta, che non lo hanno difeso dall’ironia di quegli occhi ebeti e sornioni che dalla platea lo fissavano come un pazzo sovvertitore stretto alle sue mani, affidato per l’ultima volta alla sua voce, come a dirgli: “Perché stai qui, e non con i poeti delle poesie illeggibili, perché sei qui e non sulle barricate di tanti anni fa?”. Le barricate possono tornare sempre di moda, anche se i parolieri di Sanremo e d’altre sedi vacanti per distrazione ci assicurano di no. Quanto ai poeti, almeno a nome mio che sono uno tra loro, posso dirvi che la morte di Tenco non è un fatto compiuto, ma un fatto da aprire ogni giorno come un atto d’accusa contro i “soliti ignoti” che sono al potere dell’acclamata viltà nazionale”.

Alfonso Gatto, da “Vie nuove”, 1967

Luigi, come scrisse Fabrizio De Andrè nel brano Preghiera in Gennaio composto per l’amico morto, all’odio e all’ignoranza aveva preferito la morte.I soliti ignoti di cui parla Alfonso Gatto, purtroppo, esistono ancora oggi; così come la viltà ammantata di morale gratuita.

Stella Grillo

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