Quinta iterazione nel franchise in quarant’anni di storia, Ghostbusters – Minaccia glaciale è il quarto film della continuity ufficiale del mondo di Ghostbusters iniziato ormai nel lontano 1984 con il primo iconico film. Arrivato a distanza di tre anni da Ghostbusters – Legacy, che tentava, timidamente, di soft-rebottare con intelligenza il franchise, questa minaccia glaciale ha l’arduo compito di doversi, necessariamente, distaccare dalla linea originale per non essere un pallido tentativo di accontentare un fandom che venera quasi divinamente gli acchiappa fantasmi. Ma questo nuovo capitolo “gelato” è esattamente di quanto più lontano ci sia da questo concetto. E se è vero che Ghostbusters – Minaccia glaciale si inserisce alla perfezione in un filone di blockbuster basati esclusivamente sul reboot/remake di vecchie glorie (leitmotiv ormai caro e remunerativo all’industria statunitense), altrettanto vero è che la volontà di cambiare aria sparisce totalmente.

Ghostbusters – Legacy, per quanto usasse il fanservice come vero e proprio escamotage narrativo, era totalmente impregnato di una sorta di riverenza per la fonte originale. Ed era quella la sua forza principale e l’elemento che lo rendeva affascinante. Anzi, quasi paradossalmente lo rendeva lontano, provando a cambiarne alcuni elementi portanti. Fanservice sì, ma con rispetto e quasi dovuta necessità, per un cult generazionale. Ed era con Minaccia glaciale che il passo in avanti andava fatto. Ma in questa nuova pellicola Jason Reitman e Gil Kenan (che rispetto al precedente si scambiano regia e sceneggiatura) si afflosciano quasi nella paura di doversi allontanare dal padre, dal lasciare la casa madre. E allora ecco qui che ritorna tutto: New York, auto, strumenti, casa base e persino inquadrature tipiche degli originali. Si accontentano allora di essere i figliol prodigo che tanto hanno paura di lasciar andare un paradigma tanto di successo, quanto ormai arrivato.

Ghostbusters – Minaccia glaciale: operazione

Ghostbusters – Minaccia glaciale: una scena dal film

Come detto, quindi, l’ambientazione si sposta dal rurale dell’Oklahoma alla New York moderna, abbracciando senza remore tutti gli elementi originali. La famiglia Spenger è ormai a tutti gli effetti il nuovo gruppo di acchiappa fantasmi della città. Callie (Carrie Coon) e figli, Phoebe (Mckenna Grace) e Trevor (Finn Wolfhard) insieme a l’ex insegnante di scienze Gary Grooberson (Paul Rudd). Sfrecciano per le vie della grande mela a bordo dell’iconica Ecto-1 e come base usano la famosa caserma dei pompieri del 1984. Come apprendiamo quasi subito, la città è minacciata da un antico manufatto, che rischia di risvegliare un forma di (non)vita antichissima, capace di congelare l’intero mondo. Ma l’entità è fin troppo forte, è quindi necessario l’intervento del team originale che, per l’occasione, riprende le vesti da Ghostbusters per scongiurare una seconda era glaciale. In tutto questo, si delinea una breve ma funzionale storyline parallela sulla crescita di Phoebe, ormai adolescente, che sente di non essere apprezzata abbastanza ed entra in una delle più classiche crisi giovanili. Farà la conoscenza di Melody, fantasma della sua età che non riesce ad “andare dall’altra parte”. Altro personaggio introdotto in questa pellicola è Nadeem (Kumail Nanjiani), possessore del manufatto che conteneva l’entità glaciale e, suo malgrado, discendente della stirpe antichissima che riuscì ad intrappolare il mostro.

Il film funziona solo in sporadiche situazioni. E non sono momenti casuali, ma gli esatti istanti in cui riesce, incredibilmente, a distaccarsi dalla matrice originale. Il personaggio di Nadeem è il più riuscito, che tanto prende della personalità scanzonata di Venkman. E la linea narrativa di Phoebe con la sua amica fantasma, per quanto accennata e mai approfondita, offre un punto di vista nuovo in un marasma di fan service costante. Per il resto, siamo di fronte ad una classica operazione commerciale che gioca sulla nostalgia e sulla voglia di non perdere le radici dal passato. Ma tutta quella irriverenza e aria scanzonata del primo Ghostbusters non si respira più. Restano solo echi lontani, rimandi ad un epoca e fantasmi (non a caso) che ancora infestano una produzione che, alla fine, lì vuole rimanere.

Industria

Ghostbusters – Minaccia glaciale è inscrivibile tranquillamente nella categoria del film per famiglie, con uno sguardo e un occhiolino ammiccante ai fan di vecchia data. Questo ci permette di affrontare una riflessione più ampia su ciò che l’industria e gli Studios americani abbiano fatto con il cinema da incasso. Ghostbusters era un film con una comicità marcata, che affrontava anche un discorso di classe in cui vi era una lontana critica al tenore economico accademico. I nostri non diventano acchiappa fantasmi per salvare il mondo, ma per fare soldi facili. Invece, in Ghostbusters – Minaccia Glaciale, ovviamente, tutto questo sparisce. Cambia si anche il target, ma cambia anche il modo di vedere un certo tipo di cinema. Il cinema americano dalla facile resa si è afflosciato, rilassato sul remake e sul riportare vecchie glorie. E si è rilassato anche il suo linguaggio, mai fuori posto e mai pronto all’azione. È cinema che accontenta la maggior parte e non scontenta nessuno. E, nel caso di Ghostbusters – Minaccia glaciale è derivazione pura. Fatta abbastanza bene, innegabile, ma sempre derivazione.

Alessandro Libianchi

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