L’operazione portata avanti da Dev Patel per poter far vedere la luce a Monkey Man è indicativa dello spirito che aleggia tutto il film. Con il suo esordio alla regia l’attore (e ora anche regista) compie una scelta forte. Porta sullo schermo una pellicola tanto diversa dalle sue corde attoriali, che ci avevano abituati a drammi forti e lontani dall’azione frenetica che permea Monkey Man. E il travaglio produttivo dietro al film diventa sinonimo di quanto sia stato necessario per Patel girare questo film ed esprimere il messaggio che la pellicola porta in scena. A rischio cancellazione causa covid, il lavoro del regista di origini indiane è stato salvato in corner da Jordan Peele, lungimirante nel saper vedere lontano e saper cogliere quanto di buono c’era. E la scelta di mettere in piedi un classico film d’azione ci mostra un secondo lato di Patel.
Viviamo in un’epoca in cui l’azione si costruisce attraverso la ripresa e il diegetico, fatta tutta di movimenti e coreografie ballate. Una tendenza creata (o almeno portata alla luce) da John Wick. Non è più il tempo dell’action muscolare anni Ottanta, tanto caro ma tanto caciarone. E quindi a questa nuova forma di action Patel si ispira in modo palese, inserendosi nel nuovo modo di intendere l’action. Ma come ci si eleva quando il livello generale punta sempre allo stremo? Lo si fa giocando di scarto, cambiando il giusto. E quindi la macchina da presa diventa corpo attoriale essa stessa, si muove e ci rende parte degli scontri, senza tenerci fuori, a debita distanza. Diventa presenza attiva, la nostra. Ma tutto sempre con enorme rispetto per i più grandi. E allora eccole le citazioni allo stesso Wick e al cinema coreano d’azione. Il tutto attraverso una lente squisitamente Bollywodiana.
Monkey Man: lotte clandestine e potere

Ma la tendenza di Dev Patel non è quella di meramente copiare e calcare uno schema di facile acchiappo. Ma di usare l’action perché è il mezzo migliore per esprimere i suoi concetti. Concetti che, oltretutto, non vengono mai esplicitati a parole. Le immagini continuano a parlare e a lasciare, ancora una volta, la presenza attiva allo spettatore. Ci rendiamo conto lentamente di chi è il protagonista, del perché delle sue azione e della sua voglia di vendetta. Perché lo stilema classico della vendetta c’è ed è il cardine portante della narrazione. Monkey Man è, quindi un classico film di vendetta, ma che si costruisce da solo piano piano, senza esplicitarsi subito. E si forma anche attraverso le forme del mito, con la caduta rovinosa, la consapevolezza di se stessi e la foga che lascia il posto alla calma e alla saggezza spirituale e fisica.
Piano piano capiamo chi sia Kid e del perché si mantiene da vivere lottando clandestinamente con una maschera da scimmia. Scopriamo come riesce a farsi assumere per fare il cameriere in città e del perché è lì ad origliare, catturare ogni passo ed ogni sguardo. La sua è una missione di vendetta contro chi ha distrutto la sua famiglia e il suo villaggio. Ma lo sviluppo non è immediato, anzi. Riusciamo ad intuire tutte le dinamiche in gioco molto lentamente e attraverso il gioco delle immagini. E, per quanto alcune incongruenze smorzino la narrazione, il racconto diventa funzione per l’immagine, e non il contrario. E ci destreggiamo attraverso il caos delle baraccopoli indiane, che si riflette automaticamente su quello generato da Kid e che muove la camera. Ogni elemento è sempre e solo in funzione dell’immagine e della rappresentazione dell’azione sfrenata e sanguinaria.
Denuncia
Nella seconda parte di film, quella che segue il classico momento dell’allenamento, il film cala dal punto di vista tecnico. Essendo due le grandi sequenze d’azione, la seconda risulta leggermente più ripetitiva della prima. Ma nonostante questo, Monkey Man sviluppa con forza (e sangue) la rappresentazione violenta dello squilibrio sociale. Perché la prima metà di film è una scalata sociale che avviene anche fisicamente, sia salendo dalle slums indiane verso le penthouse sia attraverso la violenza e la legge del più forte. Nella seconda Kid assume il pieno controllo di sé, mettendo davanti ai suoi interessi quelli di un popolo. Ed è qui che Dev Patel riunisce il fulcro del discorso totale del film. Quella che vediamo non è altro che la lotta tra la modernità e le tradizioni, tra lo sfruttamento capitalista e la classicità della vita indiana. Soprattutto qui è tanto evidente quanto Patel avesse la necessità di lanciare questo messaggio. Un messaggio anti-capitalista e anti-sfruttamento, denunciando un dislivello sociale che difficilmente riusciamo a comprendere, attraverso il genere che più è comprensibile. Un lavoro ancora un volta sullo scarto, che Patel porta a casa con maestria assoluta al suo debutto registico.
Alessandro Libianchi
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