Il regista francese Laurent Cantet è morto il 25 aprile a Parigi, Aveva 63 anni. Nel 2008 aveva visto la Palma d’Oro di Cannes, un francese 21 anni dopo Maurice Pialat. Nel 1999 aveva ottenuto il César per l’opera prima nel 1999.

Era nato a Melle, in Nuova Aquitania, l’11 aprile 1961. I suoi genitori lavoravano nella scuola. Dopo l’università a Marsiglia entra all’IDHEC, Institut des Hautes Études Cinématographiques, di Parigi dove si diploma nel 1986. Lavora in televisione come aiuto-regista di Marcel Ophuls per Veillées d’armes sull’assedio di Sarajevo nel 1994 e prima ancora come documentarista: Un’estate a Beiruth è del 1990. La sua prima opera di successo al cinema è Risorse umane del 1999 ed è simbolo di una scelta di campo: il racconto delle persone comuni, dei temi sociali, del mondo della lavoro.

Nel 2008 l’exploit di La classe – Entre les murs premiato con la palma d’oro al Festival di Cannes. Venne proiettato il penultimo giorno del festival e fu un successo immediato. Vinse contro ogni pronostico e fu un successo internazionale con quasi 30 milioni di dollari guadagnati nel mondo. Il film viene da un libro, il diario scolastico di François Bégaudeau, insegnante che è anche il protagonista del film insieme a una vera scolaresca delle medie. Questo film racconta l’umanità della scuola e la passione di chi insegna oltre al mondo dei ragazzi.

Definito un «regista sociale», Laurent Cantet mostra l’attenzione dei suoi film per le figure umane alla ricerca di un posto nella società. E al tempo stesso verso l’ambiguità che fonda le relazioni, i rapporti di seduzione e di potere – come in Verso sud ma anche l’ultimo Arthur Rambo, ispirato al caso di Mehdi Meklat vedette dei media caduto in disgrazia dopo la scoperta di tweet razzisti e omofobi.

Sono le fratture in cui si muove Cantet, basta pensare a Risorse umane (2000), nel quale anticipa i temi e le situazioni che saranno centrali negli anni seguenti. Il figlio operaio che volta le spalle alla sua classe per organizzare i licenziamenti nella fabbrica in cui lavora il padre, che era fiero di averlo fatto studiare, esprime i cambiamenti di paradigma della lotta di classe, il nuovo liberalismo, la precarizzazione delle multinazionali e sempre in quella ricerca di un proprio spazio al mondo dei suoi personaggi. Che ritroviamo nel successivo L’emploi du temps (2001), ancora il mondo del lavoro – i due film costituiscono un ideale dittico – nella vicenda del suo protagonista che rimasto disoccupato continua a fingere con tutti, famiglia, amici, conoscenti di lavorare scivolando progressivamente in una doppiezza esistenziale che lo risucchia.