Il Canada ha promesso di attuare una serie di nuove e radicali misure di sicurezza lungo il confine con gli Stati Uniti, tra cui una sorveglianza rafforzata e una “forza d’attacco” congiunta per combattere la criminalità organizzata transnazionale. L’impegno segue la minaccia del presidente eletto Donald Trump di imporre, quando entrerà in carica a gennaio, una tariffa del 25% sui prodotti canadesi se il Paese non proteggerà il suo confine comune dal flusso di migranti irregolari e droghe illegali. Gli economisti sostengono che tali dazi potrebbero avere un impatto negativo sull’economia canadese. Le misure “proteggeranno i nostri confini dal flusso di droghe illegali e dall’immigrazione irregolare, garantendo al contempo la libera circolazione di persone e merci, che sono alla base della prosperità del Nord America”, ha affermato martedì il ministro Dominic LeBlanc. I cinque pilastri del piano riguardano l’interruzione del commercio di fentanyl, nuovi strumenti per le forze dell’ordine, un migliore coordinamento con le forze dell’ordine statunitensi, una maggiore condivisione di informazioni e la limitazione del traffico alla frontiera. Tra queste rientra anche la proposta di una task force di sorveglianza aerea, comprendente elicotteri, droni e torri di sorveglianza mobili tra i porti di ingresso. Il governo di Trudeau sta inoltre stanziando fondi per l’Agenzia canadese dei servizi di frontiera per addestrare nuove squadre cinofile in grado di individuare droghe illegali e nuovi strumenti di rilevamento per i porti di ingresso ad alto rischio.
LeBlanc ha inoltre fornito ulteriori dettagli sulla cosiddetta “forza d’attacco congiunta” per le autorità canadesi e statunitensi, affermando che includerebbe “supporto nelle ondate operative, unità dedicate alla droga sintetica, forze combinate ampliate, unità speciali di contrasto, team di contrasto integrati binnazionali e nuove capacità operative e infrastrutture”.
Freeland si dimette e Trudeau in crisi, dopo le tensioni tra Donald Trump e il governo di Ottawa sui nuovi dazi
La vice premier e ministra delle Finanze del Canada Chrystia Freeland si è dimessa dal suo incarico a pochi giorni dalle tensioni tra Donald Trump e il governo di Ottawa sui nuovi dazi che il presidente eletto ha minacciato di imporre sulle importazioni. A questo punto anche il premier Justin Trudeau è a rischio.
Freeland si è dimessa poco prima della presentazione dei risultati economici dell’ultimo periodo, che hanno evidenziato un deficit di bilancio molto più alto del previsto: quasi 62 miliardi di dollari canadesi (circa 41 miliardi di euro), contro una previsione di 40 miliardi (27 miliardi di euro). Il deficit è la differenza tra le entrate e le uscite dello stato, cioè tra quanto incassa con le tasse e quanto spende.
“Nelle ultime settimane, ci siamo trovati in disaccordo sul miglior percorso da seguire per il Canada”, ha scritto Freeland rivolgendosi al primo ministro Trudeau. “Il modo in cui affrontiamo la minaccia che il nostro Paese si trova attualmente ad affrontare ci definirà per una generazione e forse più a lungo”, ha sottolineato ancora. Per la vice premier, le recenti decisioni di spesa prese da Trudeau – secondo alcuni per aumentare la sua popolarità e quella del partito – tra cui un’esenzione fiscale sulle vendite e l’invio di assegni ai contribuenti minano la capacità economica del Canada di affrontare la minaccia dei dazi di Trump. La lettera di Freeland è una forte critica alle politiche del premier e anche la prima pubblica da parte di un membro del suo governo.
Freeland era stata incaricata di pianificare le misure economiche e commerciali del Canada per rispondere ai dazi che il presidente eletto degli Stati Uniti, Donald Trump, ha promesso di imporre nel suo secondo mandato, che comincerà il prossimo 20 gennaio. L’ex ministra avrebbe voluto mantenere la spesa pubblica bassa e i conti in ordine, in modo da avere le risorse necessarie per rispondere ai dazi.
Su questo però si è scontrata con Trudeau, che invece ultimamente aveva fatto proposte contrarie a questi principi: aveva proposto per esempio degli sgravi fiscali e un assegno da 250 dollari canadesi (circa 170 euro) per molti lavoratori. Nella lettera con cui ha annunciato le dimissioni, Freeland ha definito queste misure «costose trovate politiche» che il paese non può permettersi.
Lunedì pomeriggio almeno otto parlamentari liberali hanno chiesto pubblicamente le dimissioni di Trudeau. La richiesta è sostenuta anche da Jagmeet Singh, il leader del Nuovo Partito Democratico (NDP, di sinistra). Il partito aveva fatto un accordo informale per sostenere i Liberali al governo, ma poi se n’era tirato fuori lo scorso settembre. Finora Singh non ha mai detto chiaramente che sosterrebbe un voto di sfiducia contro il governo, ma in assenza del suo appoggio i Liberali non hanno i voti necessari per approvare le leggi.
A questo punto Trudeau ha tre opzioni: restare in carica fino all’ottobre del 2025; dimettersi da leader dei Liberali e aprire una competizione interna per nominare la o il suo successore, che poi porterebbe il paese e il partito alle elezioni del 2025; oppure rimanere in carica ma organizzare elezioni anticipate. La decisione di dimettersi come leader del partito può essere presa solo da Trudeau (gli altri membri non possono obbligarlo), ma finora lui ha sempre detto di non volerlo fare.





