«Se qualcosa può andare storto, lo farà». No, non è una condanna, ma il primo assioma della cosiddetta Legge di Murphy. Si tratta di un compendio di frasi di stampo umoristico che deridono la negatività del quotidiano, ideate dallo scienziato Edward Aloysius Murphy. Il meccanismo è sempre lo stesso: si propongono situazioni verosimili, in cui è facile rispecchiarsi, e le si descrivono in forma statistico-matematica, per elevarle a tesi di validità universale. Di seguito, i postulati principali:
- Niente è facile come sembra.
- Tutto richiede più tempo di quanto si pensi.
- Se c’è una possibilità che varie cose vadano male, quella che può arrecare il danno maggiore sarà la prima a farlo.
- Se si prevedono quattro possibili modi in cui qualcosa può andare male, e si prevengono, immediatamente se ne rivelerà un quinto.
- Lasciate a se stesse, le cose tendono ad andare di male in peggio.
- Non ci si può mettere a far qualcosa senza che qualcos’altro non vada fatto prima.
- Ogni soluzione genera nuovi problemi.
- I cretini sono sempre più ingegnosi delle precauzioni che si prendono per impedir loro di nuocere.
- Per quanto nascosta sia una pecca, la natura riuscirà sempre a scovarla.
Legge di Murphy spiegata dalla scienza
Il tema centrale della Legge si ricollega ad una sorta di rassegnazione, secondo cui gli imprevisti accadranno proprio nei momenti peggiori. Il treno, solitamente puntuale, tarderà il giorno di quel colloquio di lavoro importantissimo, il ciclo arriverà il primo giorno di vacanza al mare e così via. Naturalmente, non esiste alcun fondamento scientifico a sorreggere questa teoria. Eppure, un po’ per scaramanzia, un po’ per davvero, capita spesso di ricondurre le proprie sventure alle “profezie” del dottor Murphy.
Ma cosa dicono, a tal proposito, gli esperti? Massimo Polidoro, giornalista, divulgatore scientifico e tra i fondatori del Cicap, il Comitato italiano per il controllo delle affermazioni sulle pseudoscienze, spiega: «La legge di Murphy è una variazione scherzosa del cosiddetto pensiero magico. Il pensiero magico è la convinzione che esistano dei collegamenti misteriosi che influenzano il corso degli eventi a nostro vantaggio o svantaggio. Questa credenza deriva dalla tendenza umana a notare le coincidenze significative, sia quelle positive, sia quelle negative».
«In altre parole», afferma Polidoro, «facciamo più caso agli eventi che hanno poche probabilità di accadere, come una vittoria al Totocalcio o all’Enalotto, ad esempio, oppure un incontro casuale con una persona che abbiamo sognato la notte precedente. Simili fenomeni ci colpiscono proprio per la loro improbabilità. Al contrario, ogni volta che incontriamo qualcuno che non abbiamo sognato o la fetta di pane non cade sul pavimento dal lato della marmellata, non ci facciamo caso e ce ne dimentichiamo immediatamente.Quando invece accade esattamente ciò che non ci aspettiamo, allora ci sembra straordinario e ce lo ricordiamo per molto tempo. Il nostro meccanismo di selezione dei ricordi tende a conservare gli eventi che ci colpiscono, nel tentativo di dare un senso alla realtà. Si tratta di un’abitudine tipicamente umana. Cerchiamo sempre di attribuire un significato alle cose che accadono, sebbene talvolta le spiegazioni che troviamo sono solo frutto della nostra fantasia, non giustificate da alcun evento reale. Esse, però, servono ad alleviare il senso d’ansia che deriva dall’incertezza che ci circonda».
Il bisogno di conferme
Dietro il nostro “affidarci” alla Legge di Murphy, potrebbe esserci un bias di conferma, ovvero un’inclinazione a dar peso solo alle circostanze che confermano le nostre opinioni, scartando gli elementi che andrebbero a confutarle. Badiamo, dunque, a quell’unico giorno di pioggia, ma non ai dieci di sole, e facciamo caso a quell’unico biscotto spezzato nel nostro bicchiere di latte, a fronte di infinite colazioni senza intoppi. Perché, allora, questi avvenimenti positivi non ci portano a ridimensionare quelli negativi?
Per Polidoro «sono gli eventi significativi che ci colpiscono, non quelli banali e quotidiani che si verificano normalmente e che non hanno alcun impatto sulla nostra giornata. Perciò, tendiamo a notare i fatti eccezionali, benché rarissimi. Dimentichiamo invece quelli ordinari, che sono molto più numerosi. Il bias di conferma, in questo senso, rafforza la nostra tendenza a focalizzarci su ciò che conferma la nostra idea. Rifiutiamo, così, la montagna di prove che potrebbe smentirla».
La Legge di Murphy e la prova del toast
È, inoltre, molto più facile tener conto di una spiegazione alla nostra portata, anche se paradossale, piuttosto che applicare un metodo scientifico per valutare la realtà. «Bisognerebbe innanzitutto scegliere quali sono i fenomeni che si desidera esaminare nello specifico. Naturalmente non è possibile immaginare tutte le circostanze in cui si può scatenare la legge di Murphy. Se scegliessimo, ad esempio, di testare l’esistenza di questa regola sul toast con la marmellata che cade a terra sempre dallo stesso lato, dovremmo munirci di carta e penna ogni volta che facciamo colazione e registrare quello che accade.».
«Però, per ottenere risultati statisticamente rilevanti non basterebbe monitorare le nostre colazioni per una decina di giorni, ma per uno o due anni almeno. Potremmo sfatare la legge di Murphy se in settecento giorni notassimo che il toast è caduto circa una decina di volte; due, tre o cinque delle quali con la marmellata che toccava il pavimento. Certo, potrebbe anche accadere che nove volte su dieci il toast atterra dal lato della marmellata.».
Un lavoro minuzioso, ma sfiancante e, tutto sommato, inutile. Meglio, allora, godersi in pace questo benedetto toast, facendo spallucce quando, proprio quando avremo più fame, ci sfuggirà di mano.
Federica Checchia
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