Dopo il capolavoro cinematografico di Luchino Visconti, a partire dal 5 Marzo sarà disponibile un altro adattamento del celebre romanzo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa. La serie il Gattopardo, distribuita da Netflix, è finalmente pronta. Prima di diventare uno dei romanzi italiani più apprezzati del XX secolo, il Gattopardo fu rifiutato da diverse case editrici, perché giudicato troppo tradizionale, non al passo coi tempi. Fu pubblicato per Feltrinelli solo nel 1958, un anno dopo la morte dell’autore. Passò un altro anno e, quasi per una beffa del destino, il romanzo vinse il Premio Strega.

Dal romanzo alla serie Netflix: la trama del Gattopardo

Burt Lancaster nei panni di Fabrizio Salina, nel film del 1963 di Luchino Visconti

Don Fabrizio Salina è un nobiluomo siciliano che vive nella seconda metà dell’Ottocento, assistendo alla capitolazione della monarchia borbonica e all’instaurarsi del regno d’Italia. Affascinante, colto, autorevole e temuto, alterna battute di caccia a osservazioni astronomiche, ma non disdegna avventure notturne con donne di basso rango. Ha un nipote preferito, Tancredi, il quale cerca di sfruttare la spedizione dei Mille a vantaggio della loro classe arruolandosi coi garibaldini. Egli discute spesso con lo zio, cercando di convincerlo a cavalcare l’onda e aderire alla causa unitaria. Dietro l’ideale patriottico emergono il cinismo e l’orgoglio per il sangue nobile del giovane: «Se non ci siamo anche noi, quelli ti combinano la repubblica in quattro e quattr’otto. Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi».

Anche il principe è convinto che, con i dovuti compromessi, nessuno potrà intaccare i loro privilegi: che ci siano i borboni o i piemontesi, la loro vita continuerà a scorrere come sempre. «Ce ne vorranno di Vittori Emanueli per mutare questa pozione magica che sempre ci viene versata!» Pensa, mentre segue le notizie dello sbarco dei garibaldini. E il momento del compromesso arriva: il principe trascorre le vacanze nella residenza estiva di Donnafugata, il cui sindaco, don Calogero è un uomo ambizioso e scaltro, che cerca subito di entrare nelle simpatie della nobile stirpe. La sua merce di scambio più preziosa è sua figlia Angelica maschera le sue origini borghesi con uno spirito vivace e un’educazione ad hoc in un collegio di Firenze. Tancredi, nonostante sia sempre stato attratto dalla cugina Concetta, cede al suo fascino e la sposa.

Dopo che il plebiscito sancisce l’annessione della Sicilia al regno sabaudo, si presenta in casa Salina il cavaliere Chevalley, un funzionario piemontese che offre al principe la carica di senatore del regno. Don Fabrizio rifiuta, dicendo di essere ancora legato al vecchio regime. Si ritira a vita solitaria, fra pensieri, riflessioni e osservazioni astronomiche.

Il pessimismo di don Fabrizio e la Sicilia, terra maledetta

“Noi fummo i gattopardi, i leoni. Chi ci sostituirà saranno gli sciacalli, le iene. E tutti quanti, gattopardi, leoni, sciacalli e pecore, continueremo a crederci il sale della terra.” Con questo pensiero, divenuto emblematico, don Fabrizio dà sfogo alla sfiducia nel progresso, nella storia e nell’umanità in generale. Egli si ritrova a vivere tra due generazioni, una che muore e l’altra che nasce, ma sente di non appartenere né a una né all’altra. Don Fabrizio si sente come il suo ceto, profondamente apatico, senza più alcuna voglia di reagire. Artefice della sua infelicità, disilluso, svogliato, non si identifica con gli stravolgimenti della storia ma solo con il suo disagio esistenziale. Non importa quale animale sarà alla cima della catena alimentare, se i gattopardi o le iene, la storia sarà comunque una storia di sangue e sopraffazioni. Ciascuna classe sociale, dai nobili leoni alle pecore proletarie, si sentirà il sale della terra, ossia l’indiscussa protagonista di un meccanismo che prima o poi macella tutti.

Ma è un pensiero che fa luce anche sulla stanchezza profonda di una terra, la Sicilia, che si porta il peso di innumerevoli dominazioni straniere. Nel dialogo col piemontese Chevalley, don Fabrizio afferma che la Sicilia da duemilacinquecento anni non è altro che una colonia. E i siciliani si sono induriti in un orgoglio cieco che li fa considerare immunizzati a qualsiasi idea venga dall’esterno. La loro vanità supera di gran lunga la loro miseria. Non vogliono né il progresso, né l’unità d’Italia, ma solo un lungo e profondo sonno da quella cosa infame che gli altri popoli chiamano Storia.

Lorenzo La Rovere

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