Nel cinema di Bong Joon-ho c’è una costante. L’eterna lotta tra classi subordinate e la sovversione del potere sono elementi sempre presenti nella sua idea cinematografica. Da Snowpiercer fino a Parasite, la lotta di classe ha sempre costituito l’ossatura del discorso tematico del regista sud Coreano e Mickey 17, il suo nuovo e bellissimo film, non fa differenza. Le differenze tra lo status quo mantenuto dall’élite e dalle classi subalterne, anzi, è ancora più evidente. Perché Joon-ho sposta il discorso nello spazio, in un futuro non troppo lontano in cui gli umani vogliono colonizzare un altro pianeta. E allora tutti corrono per diventare i nuovi coloni di una spedizione alla conquista del pianeta Niflheim sotto la guida del folle senatore Marshall. E tra questi, anche il nostro Mickey, interpretato da un incredibile Robert Pattinson.

L’attore venuto alla ribalta anni or sono con Twilight tira fuori una prova incredibile, nei panni di un poveraccio ritrovatosi suo malgrado a lavorare per questa assurda spedizione per ripagare dei debiti sulla terra. Ed è proprio qua lo status del film, nell’interpretazione di Pattinson che rappresenta a pieno il discorso di sfruttamento e subordinazione tanto caro a Bong Joon-ho. Mickey è l’ultima ruota del carro, un sacrificabile, mansione che gli richiede di morire per i compiti più disparati per poi essere “ristampato” subito dopo. E quindi lo sfruttamento diventa totale, prende in prestito il corpo stesso per farne carne e uso di un sistema capitalista e colonialista. Bong Joon-ho porta allo stremo un tema che ha sempre affrontato nel suo cinema.

Mickey 17: potere

Ma Mickey si ritrova lì quasi involontariamente. Pattinson interpreta un sempliciotto che, senza aver letto i termini e le condizioni, accetta di diventare una copia di sé stesso. E allora inizia ad essere sfruttato, con i suoi ricordi inscatolati e catalogati, così come il suo corpo. Una copia continua ogni volta che arriva alla morte. Un pericoloso veleno, una spedizione in mezzo allo spazio, addirittura il test dell’aria sul pianeta appena raggiunto. Mickey viene usato per 17 volte fino a che, per motivi a lui sconosciuti, non muore come tutti avevano ipotizzato cadendo da un crepaccio e incontra, sulla nave, la sua versione appena creata. Mickey 17 incontro il numero 18, una sua copia completamente identica in tutte e per tutto, se non per la personalità. Un personaggio che sembra facile ma non ha nulla di banale, soprattutto quando devi interpretare due versioni contemporaneamente.

Il corto circuito del film arriva proprio qui, quando i due Mickey si incontrano. Se fino a quel momento Mickey non aveva paura della morte, sia perché consapevole della sua “riproducibilità” sia per una sua vera e propria bonaria scemenza e semplicità. La consapevolezza di non essere lui a continuare a vivere, ma una sua copia, lo costringe ad aggrapparsi alla vita. E Bong Joon-ho, come in ogni suo film, fa fluire la narrazione, scrivendo una sceneggiatura fluida, che scorre da evento ad evento in modo consequenziale. Si ha la sensazione che ogni momento sia frutto logico di quello precedente, in una sequenza di eventi continua che tiene la narrazione serratissima, salvo poi rallentare sul lungo finale. A metà tra Okja, Snowpiercer e Parasite, Mickey 17 sfrutta la fantascienza per fare satira, per parlare di un presente spaventosamente vicino. Mark Ruffalo è il capo della spedizione, uguale nelle movenze al Trump dei giorni nostri e a Musk nelle promesse folli ed la più mera rappresentazione di un potere politico che farebbe di tutto pur di sfruttare la forza lavoro.

Replicabilità

Bong Joon-ho riflette quindi su un futuro prossimo che potrebbe attenderci. Satira sociale e fantascienza si inseguono e si mescolano andando a creare un futuro distopico per noi ma utopico per tanti, tantissimi altri. E lo fa sempre attraverso le sue di immagini. Quelle che sanno parlare più di tanti dialoghi. Ad esempio, il motivo che porta Mickey a diventare un sacrificabile è sottilissimo, lanciato in mezzo al film e poi lasciato lì. Dettaglio trascurabile ad un occhio meno attento. E, allo stesso modo, Joon-ho, attraverso il personaggio di Nasha, la ragazza che si innamora di Mickey, porta avanti un discorso diverso sulla femminilità, che sull’astronave gioca un ruolo fondamentale. Se da un lato è la moglie del senatore Marshall a tirare le fila politiche della colonia, allo stesso tempo è anche Nasha a sfruttare il corpo replicabile di Mickey. Sulla nave è vietato fare sesso e, quando i due si incontrano, lei lo usa come suo strumento sessuale visto la subordinarietà al potere di Mickey. Soprattutto quando scopre di poterne avere due contemporaneamente. Ma sono tutte le figure femminili ad essere attratte da questo uomo replicabile, che non pone resistenza e quindi chiave per una riconquista di agency e potere sia sociale che di genere. Bong Joon-ho firma quindi un altro grande film. Più vicino al cinema coreano che alla fantascienza americana classica per tanti versi. Ma forse è proprio il suo più grande pregio.

Alessandro Libianchi

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