Oggi, 25 marzo, si celebra il Dantedì, la giornata dedicata alla memoria della vita e della produzione letteraria di Dante Alighieri. La ricorrenza è stata istituita nel 2020 su proposta dell’allora ministro della cultura Dario Franceschini, in vista della commemorazione per il settecentesimo anniversario della morte del poeta, avvenuta il 14 settembre 1321. La data scelta corrisponde al giorno dell’anno 1300 in cui, secondo la tradizione, l’autore si perde nella “selva oscura”.

L’idea è nata grazie a un editoriale del giornalista Paolo Di Stefano, in cui si avanzava la proposta che il Sommo avesse un giorno a lui intitolato, sul modello del Bloomsday, stabilito per onorare James Joyce. All’articolo ha fatto seguito una vera e propria campagna promozionale sul Corriere della Sera che, infine, ha raggiunto il suo obiettivo.

Dantedì: tre curiosità su Dante Alighieri

Dantedì
Dantedì: ritratto di Dante Alighieri

Sin dai banchi di scuola, tutti abbiamo imparato ben presto a conoscere e ad apprezzare il genio assoluto di Alighieri, autore dell’opera più importante della letteratura italiana. Ci sono ancora, tuttavia, delle curiosità e degli aneddoti un po’ meno noti che lo riguardano, ma che vale la pena conoscere, e il Dantedì sembra essere l’occasione giusta.

  • Identikit di un genio. Allora non c’erano ancora le fotografie, ma a regalarci una descrizione piuttosto dettagliata dell’aspetto del poeta fu Giovanni Boccaccio. Nel Trattatello in laude di Dante, lo descrive con queste parole: «Fu questo nostro poeta di mediocre statura, e, poi che alla matura età fu pervenuto, andò alquanto curvetto. Il suo volto fu lungo, e il naso aquilino, e gli occhi anzi grossi che piccioli, le mascelle grandi, e dal labbro di sotto era quel di sopra avanzato; e il colore era bruno, e i capelli e la barba spessi, neri e crespi, e sempre nella faccia malinconico e pensoso».
  • Pressione bassa o patologia? Conosciamo tutti la propensione allo svenimento di Dante, da lui stesso raccontata in più occasioni. Quello che potrebbe sembrare un escamotage letterario, potrebbe tuttavia essere il sintomo di una condizione di salute più complessa. Cesare Lombroso, celebre antropologo dell’Ottocento, sosteneva infatti che lo scrittore soffrisse di epilessia, data la sua tendenza a crollare a terra quando la tensione emotiva si faceva insopportabile. Per altri studiosi, invece, si tratterebbe di banale narcolessia.
  • Memoria di ferro e “umarell”. Un aneddoto, ben noto a Firenze, esalta le capacità mnemoniche apparentemente sorprendenti del suo cittadino più celebre. Sembra, infatti, che il poeta fosse solito sedere su un sasso per riposare e per seguire da vicino i lavori di costruzione della Cattedrale. Leggenda vuole che un giorno un conoscente, trovandolo li, si sia avvicinato per chiedergli: «Oh Dante, icchè ti piace di più da mangiare?». Lui avrebbe risposto: «L’ovo». Un anno dopo, vedendolo sempre al suo posto, la stessa persona si sarebbe accostata di nuovo, domandandogli: «Co’ icchè?». Pare che, senza un minimo di esitazione, il famoso interlocutore abbia replicato: «Co i’ sale!».

La Divina Commedia: tre cose che forse non sapevi

Anche la sua fatica letteraria più conosciuta e universalmente apprezzata, la Divina Commedia, offre diversi spunti per conoscere più a fondo la figura straordinaria che fu Dante Alighieri. Riportiamo qualche curiosità in occasione del Dantedì:

  • AAA originale cercasi. Molti ci rimarranno male nell’apprendere che, in realtà, potremmo non aver mai letto la “vera” Commedia dantesca. Il manoscritto originale dell’opera, infatti, è andato perduto. Quello che studiamo oggi si basa su circa settecento manoscritti, copie della primissima versione, risalenti al XIV e XV secolo. Quando Dante morì, inoltre, l’ultima cantica non era ancora stata pubblicata. Ci pensò tempo dopo il figlio Jacopo, si spera senza modifiche dell’ultimo minuto.
  • Il re del citazionismo. Al di là dell’inestimabile valore artistico della Commedia, il lascito dell’opera alle generazioni successive risiede anche un una serie di espressioni diventate ormai di uso comune. Da «Galeotto fu…» a «senza infamia e senza lode», sono moltissimi i passi del poema applicabili perfettamente al linguaggio odierno. A Dante, inoltre, si deve la prima onomatopea della lingua italiana. Si servì infatti della parola «cricchi» (Inferno, XXXII, 30): per descrivere il rumore del fiume ghiacciato.
  • Io ne ho viste cose che voi umani… Sappiamo, ovviamente, che il viaggio di Dante nei tre regni ultraterreni sia stato compiuto solo dalla sua sconfinata immaginazione. Alcuni tra i suoi contemporanei, però, sembravano essere convinti che il Sommo avesse davvero compiuto le imprese da lui narrate nella Commedia. Sembra che delle donne di Verona, in particolare, fossero rimaste colpite dalla sua carnagione scura, per loro segno inequivocabile delle sue scorribande infernali.

A raccontare l’episodio è sempre Boccaccio: «avvenne un giorno in Verona, essendo già divulgata per tutto la fama delle sue opere, e massimamente quella parte della sua Comedia, la quale egli intitola Inferno, e esso conosciuto da molti e uomini e donne, che, passando egli davanti ad una porta dove più donne sedevano, una di quelle pianamente ( a bassa voce ), non però tanto che bene da lui e da chi con lui era non fosse udita, disse a le altre: “Donne, vedete colui che va ne l’inferno, e torna quando gli piace, e qua su reca novelle di coloro che la giù sono?” ».

Federica Checchia

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