Arte e Intrattenimento

Dante Alighieri, espressioni e parole dantesche che si usano ancora oggi

Adv

In occasione dei 700 anni della morte di Dante Alighieri, questa settimana, la rubrica Parole dal Mondo è interamente dedicata al Sommo Poeta. Esistono parole, espressioni, e modi di dire giunti in epoca moderna direttamente dalla Firenze del tempo e dallo stesso Dante Alighieri. Ecco le più note.

Dante Alighieri, espressioni e parole: dal volgare fiorentino all’uso moderno

Padre della lingua italiana, Dante Alighieri dona alla storia della letteratura espressioni e parole divenute proverbiali. L’incidenza della Divina Commedia, così come delle altre sue opere, nella storia della lingua e della letteratura italiana non ha eguali; l’eco dantesco non ha mai finito di cessare nel linguaggio colloquiale, formale, informale, proverbiale. Dante Alighieri è il primo a sottolineare, all’interno del De vulgari eloquentia, la possibilità di utilizzare il volgare per la stesura di alte opere letterarie; a tal proposito, dimostra concretamente la sua tesi e la sua validità, scegliendo il volgare fiorentino per la realizzazione della Divina Commedia che, nei secoli, rimane un’opera dal grande pregio e dalla sconfinata risonanza letteraria.

Dante Alighieri introduce espressioni e parole da lui stesso coniate; tuttavia, all’interno della Divina Commedia si scorgono moltissimi termini e modi di dire già presenti nella lingua italiana, seppur con diverso significato. La peculiarità del registro linguistico usato da Dante consiste proprio nell’abilità di mescolare latinismi, francesismi, volgare fiorentino, termini filosofici e popolani, creando un registro linguistico dal lessico diversificato. A questo proposito, molti sono i ”dantismi”, ovvero locuzioni inventate da Dante, che contribuirono al successo dell’opera e, tuttavia, risultano ancora di comune utilizzo. Oltre a inurbarsi, contrappasso, e molesto ecco altre parole coniate dal Sommo Poeta:

  • Fertile: latinismo introdotto da Dante attraverso la Divina Commedia nel linguaggio comune. La parola deriva dal verbo “ferre”, “portare”. Compare nel XI Canto del Paradiso, nella descrizione della regione umbra in riferimento, nello specifico, del monte Subasio, definito ”alto monte”. E’ questo il celebre passo di San Francesco, dove “fertile costa d’alto monte pende ” (v. 45) è il luogo natio del Santo.
  • Mesto: dal latino “maestus”, participio passato di “maerere”, “essere triste”. Dante utilizza questa parola per descrivere la condizione dei dannati; canto I “color cui tu fai cotanto mesti”(v. 135)
  • Gabbare: questo verbo compare nella ”Vita Nova”, celebre opera di Dante in cui ripercorre l’amore per Beatrice Portinari. La parola deriva dal francese antico “gaber” che significa ”beffa, scherzo”. Termine presente nel XIII secolo, ma che deve la sua fortuna alla diffusione delle opere del poeta.

Espressioni dantesche di attuale utilizzo

Oltre alle parole introdotte da Dante Alighieri, sono le espressioni ad avere un cospicuo uso nel linguaggio parlato e colloquiale. Ecco, di seguito, una serie di modi dire introdotti da Dante:

  • ”Non mi tange”: “non mi interessa”. Beatrice pronuncia questa espressione nel Canto II dell’Inferno. Qui spiega a Virgilio di non aver timore dell’Inferno: lei è una creatura di Dio, quindi imperturbabile se posta di fronte alla malvagità di quel luogo.
  • ”Dolenti note”: espressione usata anche con ironia per riferirsi alla parte più spiacevole di una situazione. Compare nel V canto dell’Inferno (v. 25-26: “Or incomincian le dolenti note a farmisi sentire”). Dante la usa in riferimento alle urla dei dannati.
  • ”Senza infamia e senza lode”: l’espressione compare nel III canto dell’Inferno (v. 36). La utilizza Virgilio per descrivere a Dante gli ignavi, coloro i quali non seguirono né il bene né il male. I dannati più disprezzati dal Sommo.
  • ”Cosa fatta, capo ha”:  questa espressione è un proverbio toscano che Dante cita nel canto XXVIII dell’Inferno, attribuendola a Mosca dei Lamberti. Modo di dire che, quest’ultima, pronuncia nel bel mezzo di una riunione indetta per uccidere Buondelmonte dei Buondelmonti. Tale motto significa che un’azione, quando viene fatta, ha sempre uno scopo mentre il tentennamento non porta a nulla.
  • ”Fiero pasto”: un qualcosa di bestiale, disumano, degno di una belva; ciò che sta consumando il Conte Ugolino, imprigionato nel ghiaccio, divorando il cranio dell’arcivescovo Ruggieri responsabile di averlo condannato a morte. (XXXIII, Inferno)
  • “Far tremare le vene e i polsi”: in riferimento a qualcosa che spaventa profondamente, Alighieri usa questa espressione nel I Canto dell’Inferno, quando chiede a Virgilio di salvarlo dalla Lupa.
  • ”Galeotto fu”: nella versione originale continua ”l libro e chi lo scrisse”. La locuzione proviene dal V Canto dell’Inferno qui Francesca racconta al poeta dell’amore infelice per Paolo.
  • ”Stai Fresco”: riferita a qualcosa che andrà a finire male. Inferno, XXXII Canto: “la dove i peccatori stanno freschi”. In base alla colpa, infatti, i peccatori sono immersi nel Cocito, un enorme lago ghiacciato.

Stella Grillo

Seguici su FacebookInstagram e Metrò

Adv
Adv

Stella Grillo

Io sono ancora di quelli che credono, con Croce, che di un autore contano solo le opere. (Quando contano, naturalmente.) Perciò dati biografici non ne do, o li do falsi, o comunque cerco sempre di cambiarli da una volta all'altra. Mi chieda pure quello che vuol sapere e glielo dirò. Ma non le dirò mai la verità, di questo può star sicura. Italo Calvino
Adv
Back to top button