L’esercito israeliano ha ammesso di aver ucciso l’operatore bulgaro delle Nazioni Unite (ONU) Marin Valev Marinov, nel corso di un attacco militare del mese scorso. Il diplomatico è morto a causa di un colpo partito da un carro armato a Deir al-Balah, nella zona centrale della Striscia di Gaza. Il portavoce delle forze armate ha spiegato di aver pensato che la foresteria in cui l’uomo si trovava contenesse una «presenza nemica», convinzione poi smentita. Nel raid, avvenuto lo scorso 19 marzo, sono rimasti feriti altri cinque dipendenti dell’ONU.
Il giorno prima Israele aveva violato il cessate il fuoco, iniziato a metà gennaio, bombardando la Striscia e uccidendo almeno quattrocento persone, quasi tutte civili. Il 23 marzo, invece, quindici operatori sanitari e soccorritori palestinesi hanno perso la vita in un’altra aggressione, questa volta a Rafah.
La dichiarazione dell’esercito israeliano rispetto all’uccisione del dipendente ONU Marin Valev Marinov

Nella dichiarazione ufficiale riguardo all’accaduto si legge: «L’edificio è stato colpito a causa della presenza nemica accertata e non è stato identificato dalle forze armate come una struttura delle Nazioni Unite». Prosegue poi: «Le IDF si rammaricano per questo grave incidente e continuano a condurre approfonditi processi di revisione per trarre insegnamenti operativi e valutare ulteriori misure per prevenire tali eventi in futuro. Esprimiamo il nostro profondo dolore per la perdita e inviamo le nostre condoglianze alla famiglia».
Subito dopo l’attacco, il Segretario generale delle Nazioni Unite António Guterres aveva richiesto un’indagine completa sull’incidente, mentre un portavoce aveva affermato: «L’ubicazione di tutte le sedi delle Nazioni Unite è nota alle parti in conflitto, che sono tenute, per diritto internazionale, a proteggerle e a mantenerne l’inviolabilità assoluta».
Federica Checchia
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