Il giorno tanto atteso dai fan di tutto il mondo è finalmente arrivato: oggi, 27 giugno, sono stati appena caricati su Netflix gli episodi della terza e ultima stagione di Squid Game, la serie sudcoreana che ha appassionato e terrorizzato milioni di spettatori. Dopo mesi di speculazioni, teorie, possibili spoiler e smentite, finalmente scopriremo che ne sarà del protagonista Seong Gi-hun, del Frontman e degli altri personaggi coinvolti nei crudeli Giochi.

Squid Game, la storia dietro la serie TV

Non tutti lo sanno, ma la feroce critica sociale che caratterizza Squid Game è ispirata a una storia vera, e a fatti realmente accaduti in Corea del Sud. Nel maggio 2009, Ssangyong, colosso automobilistico in grandi difficoltà economiche, annunciò annunciò il licenziamento di quasi tremila dipendenti. La notizia scatenò una forte reazione da parte degli operai, che incrociarono le braccia e occuparono la fabbrica per settantasette giorni.

Dopo oltre due mesi di sciopero, le forze dell’ordine intervenirono duramente, e le proteste finirono nel sangue. A seguito degli scontri, si scatenò una lunga battaglia legale, che provocarono ulteriori tensioni finanziarie e mentali per i lavoratori e per le loro famiglie. Trenta di loro morirono per suicidio, e tanti altri soffrirono di problemi di salute legati allo stress.

Lee Chang-kun, il vero Giocatore 456

Cinque anni dopo, per protestare contro una sentenza a sfavore degli scioperanti, il leader sindacale Lee Chang-kun salì su una delle ciminiere della struttura e tenne lì un sit-in, durato ben cento giorni. Il personaggio di Gi-hun, alias Giocatore 456, noto per la sua avversione alle ingiustizie sociali, sarebbe ispirato proprio a lui.

Chang-kun, che lavora ancora per l’azienda, ora chiamata KG mobility, ha parlato alla stampa del collegamento tra quello che è accaduto alla Ssangyong e la serie TV. Queste sono state le sue parole: «Credo che il motivo per cui le persone associate alla Ssangyong Motors non siano riuscite a parlare o a esprimere facilmente i propri sentimenti dopo aver visto “Squid Game” è perché è difficile parlarne con indifferenza. Molti hanno perso la vita. Le persone hanno sofferto per troppo tempo. Al mio ritorno in azienda, la mia priorità era di essere reintegrato. La seconda, o forse la prima, era ripristinare la mia dignità: non esattamente dignità, perché sembra troppo grandiosa, ma volevo davvero lavare via l’umiliazione. Il desiderio di cancellare quella vergogna era molto forte».

Federica Checchia

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