Sono piccole e potentissime testimonianze, risalenti ad oltre 5mila anni fa, ed ora entrano ufficialmente a far parte del Patrimonio UNESCO. Le Domus de Janas, ovvero le “case delle fate” sarde diventano il 61 sito UNESCO italiano, e il sesto dell’isola. La candidatura arriva dall’Associazione CeSIM Sardegna, e dalla Rete dei Comuni delle domus de janas, dove il Comune di Alghero è capofila. Per candidare il sito le istituzioni si sono basate sul criterio III della Convenzione del 1972, facendo riferimento alla testimonianza unica di una tradizione culturale scomparsa. Infatti, le strutture sono legate al culto dei morti e alle credenze sull’aldilà, sviluppate dalle comunità preistoriche dell’isola tra il V e il III millennio a.C.
Cosa sono le Domus de janas e perché sono diventate Patrimonio UNESCO

Il nome, evocativo ma non corretto, in sardo significa “case delle fate”, ma fa riferimento, in realtà, alle tombe ipogee situate in quasi tutta l’isola, con concentrazione nella zona centro-settentrionale. Ad oggi l’elenco di domus scoperte comprende più di 2.400 abitazioni. Un numero che rappresenta circa una domus ogni 10 chilometri quadrati in media. Come per i nuraghi, si ipotizza che molti esemplari siano ancora nascosti, ancora da trovare.
Queste suggestive e simpatiche abitazioni, che in realtà, sono delle tombe, si trovano spesso collegate tra loro per formare dei veri e propri cimiteri sotterranei. Tra di loro si trova in comune un corridoio d’accesso (detto dromos), ed un ingresso che a volte è molto spazioso e con alto soffitto. Degli esemplari scoperti ne esistono sia isolate, che singole, e sono un vero e proprio unicum archeologico. Infatti, la candidatura UNESCO ne sottolinea la varietà architettonica, la complessità decorativa e l’evoluzione planimetrica. Tutti questi elementi sono caratteristici di queste queste tombe ipogee, presenti in nessun altro sito nel Mediterraneo. Sono inoltre testimonianza dell’organizzazione sociale, ma anche di rituali e di tutta una concezione spirituale che fa riferimento a una delle più antiche comunità insediate sull’isola.
Si trovano molte volte raggruppate in necropoli, associate non solo a luoghi di culto, ma anche a insediamenti e villaggi. Impossibile conoscere con precisione la destinazione d’uso: l’origine di queste tombe preistoriche (e prenuragiche) risale al Neolitico Medio I (V millennio a.C.). Solo studi recenti hanno dimostrato il loro utilizzo, ma soprattutto la continua escavazione durante i periodi successivi, fino all’alba della civiltà nuragica. Per farlo, sono state riutilizzate o ristrutturate le tombe preesistenti.
Il successo della candidatura
In una nota del Mic, il Ministero della Cultura, si legge che “Il successo della candidatura rappresenta l’ennesima conferma dell’ apprezzamento dell’Organizzazione Internazionale per il lavoro svolto dal governo italiano per la conservazione e la valorizzazione del patrimonio culturale e naturale della nazione”.
Il percorso di candidatura è stato coordinato dall’Ufficio Unesco del ministero della Cultura e supportato dagli Uffici territoriali. Tra questi, il Segretariato regionale, Soprintendenze di Cagliari e Sassari, Direzione regionale Musei. Inoltre, ha coinvolto un ampio numero di soggetti sul territorio, tra cui i Comuni. Non è mancato poi il supporto della Regione Sardegna, che ne ha sostenuto la candidatura anche per quanto riguarda l’aspetto finanziario.
Marianna Soru





