Che il cinema sudcoreano sia da diversi anni portatore di qualità e innovazione, è ormai cosa nota. Lo dimostra il successo di Parasite, pellicola di Bong Joon-ho che, agli Oscar del 2020, si è aggiudicata la statuetta come Best Picture, così come quello di altre decine di titoli, tra i quali spicca Old Boy, thriller psicologico del 2003 diretto da Park Chan-wook, definito da Quentin Tarantino «il film che avrei voluto fare». A tre anni dalla sua ultima opera, Decision To Leave, che gli è valso il Prix de la mise en scène al Festival di Cannes, proprio il regista di Seoul è uno dei protagonisti più attesi di Venezia 82 dove presenterà il suo nuovo, attesissimo lungometraggio, No Other Choice (Eojjeol Suga Eopda).

«Qualche tempo fa ho letto un romanzo intitolato The ax.», ha dichiarato Park, «L’ho preso in mano perché scritto da Donald E. Westlake, autore del romanzo da cui è stato tratto Senza un attimo di tregua, uno dei miei film preferiti in assoluto. Leggendo The ax, mi sono ritrovato a identificarmi con il protagonista: un uomo che considera la produzione di carta la propria vita, che il mondo lo riconosca o meno. […] Ma all’epoca non avevo idea che mi ci sarebbero voluti vent’anni per realizzare questo film».

Venezia 82, la conferenza stampa di “No Other Choice”: parla la star di “Squid Game” Lee Byung-hun

Venezia 82 no other choice
Lee Byung-un in una scena del film

Presenti alla conferenza stampa di presentazione il regista, gli attori Son Yej-in, Park Hee-soon, Lee Sung-min, Yeom Hye-ran e, soprattutto, Lee Byung-hun -che il mondo occidentale ha conosciuto nei panni del crudele Frontman nella serie Squid Game– al quale è stato affidato il ruolo principale. Il ritorno di Park era attesissimo, come lo era lo stesso No Other Choice, un film dalla lunga, lunghissima gestazione. A spiegarci la motivazione dietro questo “ritardo” sulla tabella di marcia è lo stesso Maestro: «Il motivo è molto semplice: i soldi. Il destino di un film molto spesso è dettato dal fatto che più che l’assenza di budget, questo budget debba essere sufficiente per realizzare le idee del regista. Sono tornato a Venezia per concorrere dopo una produzione lunga vent’anni e dopo tutto questo tempo ho potuto riunire gli attori che vedete qui presenti. Ho potuto ottenere i finanziamenti necessari solo grazie a loro».

Il personaggio principale, Man-soo, viene descritto dal suo interprete, Lee Byung-hun, come «un uomo semplice, che farebbe qualsiasi cosa per la sua famiglia e per non perdere la casa appena acquistata. Fa quello che deve per raggiungere i propri obiettivi e, piano piano, si trasforma in un criminale sempre più astuto, ma trova sempre una giustificazione per le sue azioni. Alla fine del film tutto sembra tornare come prima: chi sa, tace, e l’equilibrio appare ristabilito. Il protagonista e i suoi cari, però, sono svuotati; è una felicità di facciata, ottenuta con fatica, ma non reale».

Il cast voleva lavorare a tutti i costi con il Maestro Park

Lavorare con cineasti come Park è per gli attori provenienti dalla Corea del Sud un onore, e una di quelle occasioni da cogliere al volo. Per Lee Byung-hun, «uno dei grandi desideri di qualsiasi attore coreano è lavorare con Park Chan-wook. Tutti accetteremmo a scatola chiusa, senza pensarci due volte, e vale lo stesso per me. Per quanto riguarda questo film in particolare, ho pensato “Questo è uno dei suoi film più commerciali”, e lo ritengo molto divertente, quindi mi sono unito subito e volentieri al cast».

Son Yej-in conferma la versione del collega: «Tutti gli attori coreani, a un certo punto, sperano di lavorare con Park Chan-wook. Sapendo chi sarebbe stato l’attore principale in questa pellicola, io avrei detto di sì a prescindere dalla sceneggiatura. Poi l’ho letta, e ho pensato che fosse incredibile. Mi sono detta: “Io devo farne parte, ci devo riuscire!”». Si unisce al coro anche Park Hee-soon: «Io sono sempre stato un fan di Park, e ho sempre sperato che mi chiamasse per lavorare con lui. Quando finalmente è successo ho subito detto al mio agente di accettare, prima che lui ci ripensasse. Mi sono approcciato a questa produzione come un attore alle prime armi, per la grande emozione che ho provato su quel set ».

Lee Sung-min riprende ciò che i suoi comprimari hanno già detto: «Io avevo deciso ancora prima di leggere la sceneggiatura. Questo pensiero ci accomuna tutti, e posso solo sperare che il Maestro Park mi chiami di nuovo per uno dei suoi prossimi film». Per Yeom Hye-ran, invece, l’allungarsi dei tempi di realizzazione di No Other Choice è stata una benedizione: «Se questo film fosse stato fatto vent’anni fa il regista non mi avrebbe chiamata, quindi sono più che felice che ci sia voluto tanto!».

“No Other Choice” a Venezia 82: per Park Chan-wook, «il Cinema non finirà mai»

Il lungometraggio affronta il delicato tema della disoccupazione. Inizialmente, i “colpevoli” sembrano essere gli Stati Uniti ma poi, come sempre più spesso accade al giorno d’oggi, è l’intelligenza artificiale ad avere le maggiori responsabilità. In merito alla sua interpretazione , Park svela: «Quando ho letto il romanzo, questo mi ha portato a una riflessione. Chi, come me, opera nell’industria cinematografica, ha più di un punto in comune con i lavoratori che appaiono in No Other Choice. Dopo la fine delle riprese, tutti noi entriamo sempre in un “periodo di disoccupazione”, in attesa di un altro progetto, e questo può essere breve o estendersi nel tempo. Tutti noi temiamo la disoccupazione e l’insicurezza e, in questi vent’anni, ogni volta in cui ho parlato di questa sceneggiatura, chi avevo di fronte trovava un collegamento con essa, e si immedesimava. È questo il pensiero che mi ha spinto ad andare avanti».

Ad oggi, il Cinema è spesso chiamato a scontrarsi con il mondo della serialità, negli ultimi anni sempre più incisivo e fiorente, risultando quasi sempre sconfitto. Il regista, però, non appare troppo preoccupato riguardo alla crisi dell’industria cinematografica: «Si potrebbe pensare che quest’industria sia destinata a finire o a ridursi, ed effettivamente è una possibilità. Quando parliamo di Cinema, però, dobbiamo distinguere l’aspetto concreto da quello astratto. Non penso che l’Arte del Cinema finirà. La tecnologia è progredita, e questo è un bene perché, anche se non dovessimo più avere finanziamenti o mezzi di prima qualità, potremmo comunque continuare a girare e realizzare. Se servirà, farò dei film anche usando il mio smartphone».

Federica Checchia