«Non voglio che mio padre scompaia una seconda volta. Sento l’urgenza di colmare il mio vuoto nel mezzo del caos e dell’instabilità incessanti della Libia, che temo finiranno per seppellire il mio legame con il Paese». Jihan K è sbarcata a Venezia 82 per presentare il suo docufilm My father and Qaddafi, e lo ha fatto con uno scopo ben preciso: raccontare la storia di suo padre, che lei stessa ricorda a malapena, e quella della Libia di Gheddafi.
Mansur Rashid Kikhia era un avvocato per i diritti umani, ministro degli Esteri libico e ambasciatore presso le Nazioni Unite. Dopo aver prestato servizio nel regime, aveva preso le distanze dal governo. Era diventato un leader pacifico dell’opposizione, e molti vedevano in lui un sostituto del Colonnello. Nel 1993, tuttavia, Kikhia scomparve nel nulla. Sua moglie, madre della regista, continuò a cercarlo per diciannove anni, finché i suoi resti non furono rinvenuti in un congelatore, poco lontano dal palazzo del dittatore. «Questo è uno dei modi in cui spero di aggrapparmi a mio padre prima che scompaia completamente dalla mia memoria e potenzialmente persino dalla memoria della Libia», ha spiegato Jihan.
La conferenza stampa di “My father and Qaddafi” a Venezia 82: la storia di Jihan e della sua famiglia

Presenti alla conferenza stampa Jihan K, le sue sorelle, che hanno collaborato alla realizzazione del film, e la loro madre Baha Al Omary. Interrogata sul perché abbia deciso di scavare in un capitolo così doloroso della storia della sua famiglia e della terra d’origine, la regista non ha dubbi: «Ho voluto raccontare la verità. Quando eravamo piccoli, ci erano state regalate delle videocamere, con cui abbiamo girato dei video. Sono partita da quelle riprese, e ho fatto molte ricerche, per mettere insieme i pezzi. Il mio approccio è stato quello di essere onesta e realistica; ho fatto vedere tutto quello che ho trovato, senza filtri. Non ho voluto migliorare nulla, ho accolto tutto così com’era».
«Proprio perché stavo cercando di ricostruire la storia di mio padre -un uomo con cui avrei voluto parlare e dal quale avrei voluto imparare tante cose- ho usato questo film come un pubblico al quale spiegare le vicende del mio Paese, e così facendo le ho insegnate anche a me stessa. Questa è stata un’occasione unica per scoprire la Libia, per capirla. Nessuno mi ha insegnato nulla su questa terra, e ho cercato di mostrare alle persone la sua essenza», dichiara ai giornalisti.
Il coraggio di una madre, oltre il dolore e la paura
Figura centrale di My father and Qaddafi è la madre di Jihan, che ha cresciuto quattro figli da sola e, fino al ritrovamento del corpo di suo marito, non ha mai smesso di cercare la verità. «Sono rimasta sola con i miei figli, e ho avuto paura», racconta alla stampa, «In cuor mio, sapevo che Gheddafi lo aveva rapito, ed ero spaventata. Poi però, ho preso le mie decisioni: potevo scegliere di essere una donna che piange per cercare aiuto o una donna che piange per conto suo, ma che trasforma il dolore in qualcosa di positivo, e così ho fatto».
Continua Baha Al Omary: «Ho deciso di dedicare il 75% del mio tempo ai miei figli, e il resto a me stessa. Piangevo, ma da sola, in camera da letto, perché volevo che loro mi vedessero forte. La mia forza veniva dal mio credere in Dio, perché penso che lui possa fare tutto e risolvere ogni cosa. Con i bambini sono stata onesta, ho sempre detto la verità. Quando mi chiedevano “Dov’è papà?” io rispondevo “Non lo sappiamo, forse lo ha preso Gheddafi”, con sincerità».
“My father and Qaddafi” a Venezia 82, la regista: «Ho visto mio padre attraverso gli occhi di chi lo conosceva»
Studiando la vita di suo padre, Jihan ha scoperto «un uomo leale, che amava il suo Paese e che amava anche noi. Una cosa non esclude l’altra, noi eravamo parte del suo viaggio. Non ho cercato risposte alle sue azioni, volevo solo raccontare mio padre. Inizialmente volevo farlo dal punto di vista di mia madre, ma poi mi hanno fatto capire che avrei dovuto essere io la protagonista, in qualche modo. Inizialmente non volevo essere vista e ascoltata, ma poi ho realizzato: dovevo usare la mia voce».
La storia della Libia, per la regista, «è stata lungo un mistero e so che, per il mondo, è ancora una sorta di grande buco nero. Io non ho voluto cercare di colmare un vuoto internazionale, ma solo raccontare una vicenda personale. Ho avuto la possibilità di intervistare chi ha conosciuto mio padre, e ho potuto vederlo attraverso i loro occhi. Sono stata in quei luoghi, e posso dirlo: nonostante tutto, le vite di quelle persone, quelle che abitano la Libia, possono essere belle, possono sperare».
Federica Checchia





