Nel corso degli anni, Frankenstein, il celebre romanzo gotico di Mary Shelley, ha avuto diversi adattamenti cinematografici. Pensiamo a Mary Shelley’s Frankenstein di Kenneth Branagh, a Victor, diretto da Paul McGuigan, e anche all’iconica parodia di Mel Brooks, Frankenstein Junior. Alla fine, anche il tre volte Premio Oscar Guillermo Del Toro non ha saputo resistere al fascino del moderno Prometeo, e ha voluto realizzarne la propria versione. Il regista è sbarcato a Venezia 82 per presentare la sua visione della storia dell’oscuro dottore e della sua Creatura, in concorso all’annuale Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica, organizzata dalla Biennale di Venezia.

«Questo film conclude una ricerca che per me è iniziata a sette anni, quando ho visto per la prima volta i film di Frankenstein di James Whale», ha raccontato il regista. «In quel momento cruciale ho sentito un sussulto di consapevolezza. L’horror gotico è diventato la mia religione e Boris Karloff il mio Messia. Il capolavoro di Mary Shelley è pieno di domande che mi bruciano dentro l’anima. Domande esistenziali, tenere, selvagge, senza scampo, come solo una mente giovane può porsi e a cui solo gli adulti e le istituzioni credono di poter rispondere. Per me, però, solo i mostri detengono la risposta a tutti i misteri. Sono loro il mistero. Quindi Frankenstein è un’impresa benedetta, mossa dalla reverenza e dall’amore sia per il mistero che per i mostri. L’origine di tutti loro – la storia di un padre prodigo e di un figlio perduto – Giobbe e Lazzaro in dialogo con un unico creatore e alla ricerca di tutte le risposte. Come facciamo tutti».

Guillermo Del Toro porta la sua “Creatura” Frankenstein a Venezia 82

Una scena di “Frankenstein”, diretto da Guillermo Del Toro

Presenti alla conferenza stampa Guillermo Del Toro, il compositore Alexandre Desplat, e gli attori Oscar Isaac, che veste i panni del protagonista, Jacob Elordi (la Creatura), Christoph Waltz (Dottor Pretorius), Mia Goth (Elizabeth Lavenza) e Felix Kammerer (Williams). Per il regista, che si è confrontato per la prima volta con Frankenstein quando aveva sette anni, realizzare questa pellicola è stato «qualcosa di più di un sogno, quasi una religione. Per me era importante realizzare il film in una certa maniera, e fare in modo che tutto il mondo lo percepisse come volevo. Ora che è tutto finito, però, sono in una sorta di depressione post partum».

Prosegue il Maestro: «Ho sempre pensato che lo avrei realizzato così, ero folle sin da piccolo. Tutto quello che ho fatto nella mia carriera mi ha portato qui. Ho pensato che questo film dovesse parlare del rapporto padre-figlio, e poi sono diventato papà anche io, e ho capito il tema più a fondo, quindi sono contento di aver aspettato e non averlo girato venti o trent’anni fa. Oscar ha parlato di un banchetto. Quando si è registi, si può scegliere di essere ospite o di ospitare tutta la crew, e io volevo che tutti sentissero questo film un po’ loro».

Il cast di Frankenstein parla del “banchetto” al quale sono stati invitati

Nel modus operandi di Oscar Isaac, calarsi in un personaggio è un tour de force, che gli permette di entrare in empatia con qualsiasi ruolo. «Credo che il processo richieda l’arrendersi al materiale che ci viene proposto e trovare un modo per innamorarci di ciò che ci viene offerto, in modo da essere inglobati dal film. Per quanto riguarda Frankenstein, per me è incredibile essere qui. Due anni fa eravamo intorno a un tavolo a parlare, e io avevo detto che mi sarebbe piaciuto essere Victor. Alla fine Guillermo mi ha proposto di “prendere parte al banchetto”, ed eccomi qua».

Jacob Elordi, tra gli ultimi arrivati sul set, ha cercato di curare al meglio il suo personaggio, anche nell’accento: «David Bradley, che interpreta il ruolo della persona cieca, viene dallo Yorkshire, quindi di fatto la Creatura impara a parlare da lui. Io sono arrivato tardi sul set, stavo finendo un altro film in Australia. Il famoso “banchetto” era lì quando sono arrivato, e stavano tutti mangiando. Io ho solo dovuto unirmi, ed è avvenuto tutto in un clima di grande accoglienza». Per il regista, il Mostro è come «una statua d’alabastro. Non volevo che si vedessero i punti di sutura, ma ho fatto in modo che il dottore creasse una creatura perfetta. All’inizio è un embrione, è fragile, ma poi cambia, cresce, e questo plasma il personaggio. Molte versioni la mostrano come una vittima di incidente. Io volevo la bellezza. Victor è un artista: se ha sognato questa creazione per vent’anni non costruirà un cadavere rozzo, ma qualcosa di perfetto».

Il dibattito sulla CGI in un’opera assolutamente umana

L’utilizzo limitato della CGI ha aiutato gli interpreti a entrare nei loro personaggi. Il set realistico e non affidato a un green screen, l’attenzione ai costumi e ai dettagli e la cura per il particolare hanno permesso al cast di reagire e rispondere in determinati modi, a beneficio delle rispettive performance. Dopotutto, come chiosa Christoph Waltz, uno che non le manda mai a dire, «la CGI è per i perdenti». Secondo Del Toro, questo genere di tecnologia è uno strumento vantaggioso, ma solo in determinati casi, ovvero quando ci sono dei reali impedimenti. Abusarne, al contrario, è perfettamente inutile e, anzi, controproducente.

Piuttosto, Del Toro ha cercato di umanizzare il più possibile quello che viene universalmente considerato un racconto dell’orrore, e lo ha fatto anche attraverso l’impiego della musica. Spiega Desplat: «Guillermo ha creato un’opera che ha vita, è la storia di un padre e di un figlio. Quando si pensa a Frankenstein si pensa a un film dell’orrore, ma in realtà si parla d’amore. Abbiamo cercato di trasmettere questo sentimento anche attraverso la musica. Guillermo mi ha dato tutto lo spazio necessario per esprimermi e per portare il pubblico in un’altra dimensione, che non è necessariamente un luogo di tristezza».

Guillermo Del Toro a Venezia 82: «Dobbiamo restare umani»

Il regista ha le idee molto chiare in merito alla tecnologia e al suo ruolo nella società: «Non credo che l’intelligenza artificiale sia il nuovo mostro. Viviamo in un’epoca di terrore e intimidazione, e la mia risposta è il perdono, l’amore. Nel romanzo la domanda centrale è “Cosa vuol dire essere umani? Cosa ci rende davvero umani?”, Ad oggi questo rappresenta l’urgenza assoluta. Dobbiamo restare umani anche in un momento in cui tutto sembra artificiale e finto. Il film cerca di mostrare il nostro diritto all’imperfezione dell’umanità, anche di fronte alle circostanze più opprimenti. Frankenstein è estremamente biografico, e lo è per tutti coloro che stanno cercando di conservare la propria anima. L’intelligenza artificiale non è qualcosa che mi spaventa: a terrorizzarmi è la stupidità naturale, che purtroppo abbonda di questi tempi. La chiave di tutto, però, è il perdono; in Frankenstein c’è tanta riluttanza, tanto rifiuto, ma alla fine è il perdono che rende liberi».

Conclude Del Toro: «Il romanzo è stato scritto da una ragazza inglese di diciannove anni che aveva moltissime domande, anche se nessuno, all’epoca, sapeva formularle come lei. Io ho cercato di assorbire il testo e anche la sua vita, proprio perché si tratta di un confessionale, a volte molto cupo, ma anche molto onesto. Frankenstein è pieno di domande esistenziali, tenere e feroci insieme, che un’adolescente poteva permettersi di formulare e che noi adulti invece crediamo di poter archiviare. Per me i mostri sono l’unico modo per riformulare quelle domande».

Federica Checchia