Gaza è ormai una striscia di terra svuotata e la nostra speranza, la Global Sumund Flotilla, sembra essere stata attaccata. Abbiamo giocato il tutto per tutto e abbiamo perso?

L’ennesimo ordine di evacuazione emanato dall’IDF su Gaza City è arrivato come una beffa. “Andate ad al-Mawasi”, recitano i volantini piovuti dal cielo, gli SMS inviati a telefoni ormai senza linea stabile, le mappe che segnano zone di sicurezza che sicure non sono mai state. Ma la popolazione lo sa: non esistono corridoi umanitari, non c’è tregua che regga. Ogni spostamento è un atto di sopravvivenza in un paesaggio bombardato, affamato, ridotto a rovina sistematica.

La città svuotata in un paradosso acrobatico e crudele

Queste evacuazioni non servono a proteggere, ma a performare potere. Israele mette in scena un dispositivo burocratico-militare (mappe, ordini, annunci) che pretende di mostrare attenzione per i civili. Nella pratica produce l’opposto: trasferimenti forzati, dislocazioni infinite, un corpo sociale spezzato e ricomposto in campi improvvisati che sono tutto fuorché “umanitari”.

Hannah Arendt ci ricorderebbe che la politica esiste quando appare in pubblico. Qui l’apparizione è rovesciata: il potere occupante “appare” come garante di vie d’uscita, mentre materialmente priva la popolazione di qualunque via praticabile. Una mise en scène di legalità, che maschera l’illegalità di fondo.

Secondo ong palestinesi e osservatori indipendenti, i morti hanno superato quota 63 mila. Gli aiuti sono ridotti al lumicino, il cibo è arma di guerra, la fame diventa dispositivo di governo. Non si tratta più solo di bombardamenti, ma di un esperimento politico crudele: vedere fino a che punto si può spingere un popolo alla disperazione, senza che la comunità internazionale rompa davvero il silenzio.

Stiamo perdendo? La Global Sumund Flotilla sembra aver subito un attacco drone

Mentre Gaza viene svuotata, un altro episodio scuote la coscienza collettiva: la Global Sumud Flotilla , partita per rompere simbolicamente l’assedio, colpita da un’esplosione in acque tunisine. A bordo, attivisti internazionali che portavano cibo e il messaggio che il blocco è illegittimo e come tale va problematizzato, bisogna ribellarsi. Noi abbiamo ancora la facoltà di ribellarci ed è ciò che ci permetterà (oggi come domani) di poter migliorare la condizione del mondo che abitiamo. Dobbiamo farlo.

La Tunisia parla di incidente tecnico, gli attivisti denunciano un attacco con drone israeliano. Al di là della verità balistica, resta il dato politico: la Global Sumund Flotilla non muove tonnellate di aiuti, piuttosto smuove immaginari. L’idea era quella di mostrare al mondo un Mediterraneo che non appartiene solo ai droni e alle fregate, ma anche a civili disarmati che afferrano il diritto di navigare, di intervenire. È una performance, sì, ma è la performance di chi non ha carri armati e sceglie la scena pubblica globale come campo di battaglia. Si tratta di ricordarci che non possiamo davvero restare immobili davanti a questo silenzio imposto: ogni gesto, anche minimo, vale più della paralisi. L’unica vera sconfitta sarebbe accettare l’inerzia come destino.

Gaza come laboratorio di punizione collettiva

Tutto questo (gli ordini di evacuazione, le mappe colorate, i droni invisibili, le barche incendiate) ci ricorda che la guerra è anche, e soprattutto, lotta per il riconoscimento simbolico. Israele costruisce il frame della “sicurezza” e della “protezione”. La popolazione palestinese, e chi la sostiene, risponde parlando di sopravvivenza, di testimonianza, chiedendo solidarietà transnazionale.

In questo scontro, ogni gesto è politico ma è (anche) performativo: un ordine di evacuazione è un atto di dominio, un corteo funebre è un atto di resistenza, una flottiglia in mare è un atto di insubordinazione. Non c’è neutralità possibile: o si riconosce questo, oppure si continua a raccontare Gaza come pura statistica, riducendo la tragedia a cifre sterili.

La Flottiglia non sarà decisiva per ciò che materialmente porta, ma per il simbolo che incarna: infrange l’inerzia, rompe l’immobilismo dell’impotenza e dell’indifferenza che sentiamo e che fanno da scudo all’impunità israeliana. È un gesto che dice che qualcosa va fatto, e che altri gesti seguiranno. Non possiamo, per dirla come scriveva Dylan Thomas, “andarcene docili in quella notte”: ogni atto di resistenza serve, perchè dobbiamo mantenere accesa la possibilità di un’alba diversa.

E noi? Siamo ancora in grado di muovere la storia?

La domanda allora si sposta su di noi, spettatori e lettori: accettiamo che il linguaggio militare e diplomatico normalizzi il disastro, o riconosciamo la verità nuda? Ancora una volta mi trovo a scrivere che questa è punizione collettiva, trasferimento forzato, violenza extraterritoriale. Il mare in fiamme al largo della Tunisia non è un dettaglio, nè (probabilmente) un incidente. Aspettiamo conferme, ma questo attacco potrebbe con ogni probabilità essere il simbolo di un potere che non ammette nemmeno gesti di solidarietà civile. Il motivo? I numeri contano, ma sono anche i simboli a muovere la storia.

Quando si lotta contro un intero sistema è come essere Davide contro Golia: Israele non è solo “Israele” e Gaza non è solo “Gaza”, ma l’imperialismo contro le terre sfruttate, la guerra come strumento di riassestamento del capitale contro corpi e vite umane. È la battaglia eterna per la giustizia, che l’umanità ha sempre faticato a vincere, eppure ha saputo strappare vittorie proprio quando non si è lasciata spezzare dalle sconfitte. In tempi come questi, dovremmo ricordarlo: non si tratta di vincere subito, anzi, le sconfitte non mancheranno. Si tratta di non arrendersi quando si perde, perché solo la tenacia può trasformare uno svantaggio in possibilità di riscatto.

Maria Paola Pizzonia