Stefano Curreli è uno scrittore e divulgatore, oltre che insegnante di Lettere nella scuola secondaria, fondatore dello spazio digitale e marchio letterario ”Spazio Letteratura”. In parallelo cura un altro profilo social dove, invece, si dedica alla sua scrittura personale: ”Stefano Curreli Scrittura”.

Intervista a Stefano Curreli, fondatore di ”Spazio Letteratura”

stefano curreli

M.M.: Prima di essere uno scrittore sei un insegnante: ritieni, nella tua esperienza, che la percezione della letteratura oggi, considerando la divulgazione della disciplina tramite i social, sia percepita in modo differente dai giovani studenti o è ancora vista come una disciplina “antica” e slegata dal mondo attuale?

Stefano Curreli: Credo molto nel potere dei social e nel fatto che attraverso essi ci si possa avvicinare alla letteratura, ma fin quando la politica non punterà su iniziative adeguate e non si interverrà sulla scuola – che è l’istituzione che plasma il nostro modo di concepire il mondo – se ne avrà un’idea stantia e sbagliata. Quando alle elementari sei obbligato a imparare a memoria la poesia sulla primavera, tu da lì in poi, salvo eccezioni, ti porterai dietro l’idea che quella è la poesia, e la ricollegherai a qualcosa di noioso e distante da te, ignorando che invece la poesia è Goethe, è Kavafis, è Baudelaire col suo estro incredibile e tutto quel mondo accattivante e lunare che ha creato. La mia proposta è quella di istituire una nuova classe di concorso che preveda solo l’insegnamento della letteratura, come avviene per la religione. Anche la letteratura ha una forte connotazione spirituale, è sinonimo di riflessione esistenziale, devi esserle devoto, devi credere alla sua importanza e alla sua sacralità a discapito di tutto. Mi chiedo perché un laureato in lettere legittimamente non appassionato di letteratura, perché specializzatosi in storia o in linguistica ed esperto in queste discipline, dovrebbe insegnarla. Credo sia dannoso. Tantissimi insegnanti di lettere non leggono più da una vita. Ma il Ministero dell’Istruzione ne ignora la gravità, ignora il fatto che la gente in Italia compri pochi libri e legga ancora meno. Paolo Nori sul suo saggio dedicato a Dostoevskij scrive che da adolescente, mentre leggeva Delitto e castigo, aveva sentito il sangue scorrergli dentro le vene, si era sentito per la prima volta vivo. I ragazzi devono sentir parlare di letteratura da persone come lui.

M.M: Come nasce Spazio Letteratura e qual è stato quel daimon interiore che ti ha spinto a dedicarti a questo progetto?

Stefano Curreli: È lo stesso daimon che durante i primi anni di università mi spinse a fondare una rivista letteraria, cioè la voglia di parlare di ciò che amo. La rivista la intitolai «Bestemmia», come omaggio a Pasolini, il quale avrebbe voluto intitolare così la sua opera omnia poetica. Ne uscirono quattro numeri con una tiratura di mille pagine a numero. Molto tempo dopo – cioè qualche anno fa – mi dissi che forse potevo fare qualcosa del genere anche sui social, così ho aperto la pagina e non so neanch’io come sia riuscito a farla esplodere. Inizialmente pubblicavo le mie letture ed estratti semplificati di miei articoli che uscivano su rivista accademica. Forse mi ha premiato il fatto di aver proposto contenuti senza troppi compromessi, di fare divulgazione ma con un rigore irremovibile. Tutt’ora negli articoli che pubblico e nelle didascalie che scrivo sotto i miei post cerco di essere molto preciso e di pormi col massimo della serietà.

L’impatto dei social nel mondo dell’editoria e della poesia

M.M: Cosa ne pensi dell’impatto dei social nel mondo dell’editoria?

Stefano Curreli: Per gli editori il fenomeno dei booktoker (estendo il discorso anche alla divulgazione su Instagram, di cui anch’io faccio parte) è, in certi casi, una manna dal cielo. Al contrario di quanto si possa pensare, a giovarne non sono solo i libri più pop. I content creator che parlano di classici sono numerosi. Io stesso mi occupo di quella letteratura ampiamente canonizzata o che comunque reputo elevata. Sempre più di frequente capita che gli editori vedano schizzare titoli insospettabili perché qualche influencer ne ha parlato. All’estero, soprattutto negli Stati Uniti, questo fenomeno è ancora più tangibile, ma anche noi in Italia facciamo il nostro. Poco più di un anno fa, per dirne una, in un mio reel diventato piuttosto virale ho parlato delle lettere tra Camus e María Casares. I messaggi delle persone entusiaste di averlo acquistato dopo aver visto il mio video sono stati centinaia. Mi ha entusiasmato l’idea che grazie a un mio consiglio tantissime persone abbiano in casa quel libro, e credo abbia fatto piacere anche alla casa editrice. Anche perché si parla di un volume che costa quasi cento euro.

M.M: Negli ultimi anni sulle piattaforme sono cresciute in modo esponenziale pagine dedicate alla poesia: Potrebbe essere, questo, un modo per rilanciare questo genere spesso considerato “obsoleto”, o si rischia invece di produrre un effetto contrario?

Stefano Curreli: Sebbene i social, come detto sopra, abbiano un potenziale smisurato, le pagine di qualità, dedicate esclusivamente alla poesia, sono rare, perché rari sono gli studiosi e gli esperti di questo genere. Se penso a pagine serie e interessanti penso a Interno Poesia, a Medium Poesia – con cui spesso collaboro – e a poche altre. La maggior parte delle nuove pagine pubblica solo citazioni (mai approfondimenti, mai contenuti più articolati), per giunta a volte erronee, perché non attingono da testi che possiedono ma da siti o da altre pagine di discutibile serietà. Spesso si tratta di pagine in cerca di visibilità a ogni costo. Le si riconosce dalla poca originalità anche estetica, perché imitano spudoratamente quelle esistenti. Il format che utilizzo io per le citazioni, per esempio, quello col nome dell’autore grande in basso a destra, è un mio marchio di fabbrica, nasce perché volevo che dal feed fossero subito visibili i nomi da me trattati e promossi, e che quindi emergesse a colpo d’occhio il carattere del progetto. Ecco, quel format ora lo si vede ovunque, se ci si fa un giro in queste pagine. Mi chiedo, ma chi si è creato una pagina che è esteticamente un doppione di un’altra, come può sperare di venir preso seriamente?

Stefano Curreli, influenze letterarie e scrittura attraverso i social

M.M: Quali sono gli autori e gli scrittori che ti hanno maggiormente influenzato?

Stefano Curreli: Chi mi segue sa che per me Baudelaire sta in cima alla piramide. Per lui ho una venerazione. Non esiste nessun poeta, soprattutto dall’Ottocento a oggi, paragonabile a lui. In Baudelaire c’è tutto, la riflessione esistenziale dagli albori della civiltà a oggi, la vita in ogni sua accezione (anche in quelle più torbide), e l’essenza stessa di ciò che dovrebbero essere l’arte e la letteratura. In più ci assomiglia tremendamente, è contradditorio come noi, è vittima dei nostri stessi vizi, ma anziché nasconderli li ammette e li viviseziona. Lo frequento da anni, e quando ho voglia di stare un po’ con lui, di interrogarlo e ringraziarlo di tutto, vado a trovarlo al cimitero di Montparnasse, dove riposa. Ma l’inizio di tutto, cronologicamente parlando, colui che mi ha iniziato seriamente alla letteratura, è stato García Márquez. Lessi Cent’anni di solitudine tutto d’un fiato, e fu come un’epifania, una lettura che mi cambiò nel profondo. Negli anni ci sono stati poi altri amori. Proust, che è la quintessenza dell’arte scrittoria – lo scrittore dell’Iperuranio – e che con la prosa ha eretto una cattedrale, facendo ciò che Dante ha fatto coi versi; Dostoevskij, che ha raccontato l’umano come nessun altro e che non smetto mai di frequentare; Henry Miller, che col suo Tropico del cancro mi ha aperto un mondo rispetto alla libertà stilistica; Kafka, che ritengo insuperabile sotto tutti i punti di vista; Virginia Woolf, che mi ha insegnato cosa significa scrivere una storia in cui i protagonisti non sono i personaggi e gli avvenimenti che li circondano, ma i loro pensieri e le loro turbe. Mi piacciono anche alcuni contemporanei, ma sono piuttosto selettivo. Elena Ferrante è eccezionale, impressionante. Donna Tartt è bravissima. Amélie Nothomb è nel contempo divertente e tragica. A pensarci, se guardo al panorama attuale, prediligo le scrittrici agli scrittori.

M.M: In un mondo dove, oramai, tutti scrivono e l’etichetta di “bravo scrittore” – oggi – si elargisce principalmente a chi ha pubblico social, c’è ancora possibilità per un giovane autore emergente di riuscire a vivere grazie a quest’arte?

Stefano Curreli: Non credo – o almeno voglio sperare non sia così – che si dia l’etichetta di bravo scrittore a chi ha un vasto pubblico social. In ogni caso credo si possa intraprendere la carriera di scrittore anche senza l’ausilio dei social. Mi rendo conto che oggi sia più difficile farsi conoscere e arrivare agli editori se non si ha una pagina con un seguito, ma non voglio pensare rappresenti l’unica strada percorribile. La visibilità data dai social dovrebbe essere solo un trampolino. Per costruire una propria carriera come scrittore e per farla durare bisogna prima di tutto scrivere bene e avere una voce riconoscibile.

M.M: In uno dei tuoi post su Spazio Letteratura parli di poesia e di come sia considerata noiosa dagli studenti, proprio perché la scuola la presenta in modo tedioso. Quali sono i modi più idonei affinché gli allievi oggi, bombardati di notifiche e fagocitati da contenuti, possano appassionarsi a Gozzano, Pascoli e a qualsiasi grande nome del genere poetico?

Stefano Curreli: Qui rimando alla risposta data alla prima domanda, perché il problema è sempre quello: il sistema costringe persone non appassionate di letteratura a parlarne in classe. Se non sei un letterato per vocazione, Leopardi non puoi capirlo e rischi di andare a spiegarlo come il depresso che non era, continuando ad alimentare una narrazione sbagliata. Bisogna intervenire profondamente sul sistema scolastico affinché si arrivi a raccontare la letteratura per quella che è davvero, ovvero una dimensione meravigliosa di cui abbiamo bisogno. Perché se nessuno ce lo dice ci facciamo l’idea opposta. Bisogna spiegare ai ragazzi che i poeti sono nostri punti di riferimento, nostri maestri di vita, nostri potenziali confidenti, e non quegli individui austeri che ci presentano i libri di testo. Poi bisogna collegare gli scrittori e le loro opere al mondo dei giovani, alla musica che ascoltano e che non va demonizzata, ai videogiochi, ai social e a tutto ciò che è l’impalcatura culturale dalla quale osservano il mondo. Quando entro in una nuova classe chiedo sempre se c’è qualcuno che ama la poesia, e non si alza nemmeno una mano. Alla fine dell’anno si alzano tutte, e non perché io sia un luminare. Non lo sono. Le mie lezioni in fondo sono semplici. Semplicemente accompagno i ragazzi in questo percorso di consapevolezza perché amo la letteratura e la frequento ogni giorno con dedizione. Una mia ex studentessa me l’ha scritto, sotto un post, e mi sono emozionato. Mi ha scritto «Prof, ricordo ancora quando all’inizio dell’anno non si è alzata nemmeno una mano, e alla fine dell’anno l’abbiamo alzata tutti». Quando per esempio i ragazzi leggono Il barone rampante hanno bisogno di sentirsi suggerire che la musica che ascoltano parla della stessa voglia di ribellione che spinge Cosimo a salire sull’albero e a rendere la sua vita unica e grandiosa.

M.M: Hai progetti letterari futuri che puoi già accennare legati a Spazio Letteratura o personali?

Stefano Curreli: Per quanto riguarda Spazio Letteratura, sto lavorando con la Dive Agency, l’agenzia social che mi segue attualmente, ad alcuni progetti di cui presto parlerò più nel dettaglio. Nella didascalia Instagram della pagina si legge: «Punto di riferimento per chi ama letteratura e poesia». Ecco, il mio desiderio è che questo diventi vero anche al di fuori dei social e del web. Quanto ai progetti personali, ho di recente concluso il mio ultimo romanzo e attualmente sto seguendo l’editing con Ciro Auriemma, che mi accompagnerà fino alla pubblicazione ed è ormai diventato il mio angelo custode. Nella mia vita ho scritto molti romanzi ma non ne ho mai pubblicato uno. Negli anni ho persino contemplato l’idea di morire senza farlo. Sono cresciuto con riferimenti letterari che in vita hanno pubblicato poco o addirittura niente e che hanno espresso la loro arte per urgenza e non per velleità. Gli unici miei testi in circolazione sono un libro di poesie uscito col marchio Spazio Letteratura e contributi critici perlopiù su riviste accademiche. Ora però, grazie a Ciro e a condizioni che sento finalmente ottime, ho cambiato prospettiva e non vedo l’ora che esca il romanzo. Ho capito che lavorare con un team è fondamentale per trasformare in realtà progetti che altrimenti rischierebbero di restare embrionali.