Il Natale di Pier Paolo Pasolini è strettamente collegato alla civiltà dei consumi e al Capitalismo. Lo scrittore si pone davanti a una ricorrenza non più ammantata di un vero significato ma, oramai, ornamentata da una continua spinta verso l’omologazione, diretta conseguenza del consumismo. Nel 1969, Pasolini pubblica un articolo su Tempo ( Tempo, n.1 anno XXXI, 4 gennaio 1969) in cui rifiuta totalmente la nuova visione delle Festività.
Consumismo e festività, il Natale di Pasolini

In una poesia dal titolo “Non c’è più luce di Natale”, nelle prime due strofe, Pier Paolo Pasolini scrive:
Sono gli ultimi giorni dell’anno. Il benessere
da “Dialoghi con Pasolini” su “Vie Nuove” [n. 3 a. XVI, 21 gennaio 1961]
accende, verso sera, in tutti gli uomini
una specie di follia: la smania inespressa
di essere più felici di quanto siano …
E’ sempre una speranza che dà pietà: anche
il piccolo borghese più cieco ha ragione
di averla, di tremarne: c’è un istante
in cui anch’egli infine vive di passione.
Esiste, ancora, una vera essenza pura e scevra dai legami dell’ostentazione connessa a quei valori che il clima pre-festivo dovrebbe arrecare? Quel benessere che Pasolini menziona nei primi versi di questo componimento si riflette nei primi titubanti germogli di una prosperità che sta trasformandosi nel capitalismo più sfrenato. Durante il Natale, il pullulare di una divorante opulenza innesca nelle persone comuni un atteggiamento quasi insensato: dimostrare di essere più felici di quanto siano. La riflessione lungimirante che Pier Paolo Pasolini compie sul Natale ha anticipato, parecchi anni prima, una realtà che oggi risulta invece prevaricante: il consumismo ostentativo ha eliminato i valori di una festività solenne. Quello che Pasolini fa è rifiutare questa ricorrenza, non nella sua essenza atavica ma nella nuova accezione di un mondo rivolto al consumismo e, di conseguenza, all’omologazione.
”Sono tre anni che faccio in modo di non essere in Italia per Natale. Lo faccio di proposito, con accanimento, disperato all’idea di non riuscirci; accettando magari di oberarmi di lavoro, di rinunciare a qualsiasi forma di vacanza, di interruzione, di sollievo. Non ho la forza di spiegare esaurientemente al lettore di Tempo il perché. Ciò implicherebbe il dare la violenza della novità a vecchi sentimenti. Ossia una prova “stilistica” superabile solo attraverso l’ispirazione poetica. Che non viene quando si vuole. Essa è un genere di realtà che appartiene al vecchio mondo, al mondo dei Natali religiosi: e risponde ancora alla sua vecchia definizione. Mi rendo ben conto che anche quand’ero bambino io, le feste natalizie erano una cosa idiota: una sfida della Produzione a Dio. Tuttavia, allora, io ero ancora completamente immerso nel mondo “contadino”, in qualche misterioso paese tra le Alpi e il mare, o in qualche piccola città di provincia (come Cremona, Scandiano). C’era un filo diretto con Gerusalemme. Il capitalismo non aveva ancora “coperto” del tutto il mondo contadino, da cui derivava il suo moralismo, del resto, e su cui fondava del resto, ancora, il suo ricatto: Dio, Patria, Famiglia. Tale ricatto era possibile perché corrispondeva, negativamente, come cinismo a una realtà: la realtà del mondo religioso sopravvivente”.
Festività e consumismo
(Tempo, n.1 anno XXXI, 4 gennaio 1969)
Il vecchio mondo e i Natali religiosi: Pasolini apre questo articolo su Tempo parlando del suo allontanamento volontario dall’Italia, durante le vacanze di Natale, facendo un parallelismo con sua infanzia; le festività di Pasolini bambino erano legate a realtà rurali, quel mondo contadino che lo scrittore ha sempre decantato e che grazie all’avvento del Capitalismo e della Società dei Consumi si è poi snaturato, inglobandosi in una società omologata. Si percepisce in questa affermazione il dolore dello scrittore: la perdita delle radici per un nuovo mondo che finge di dare nuove prospettive, illude il soggetto di un’uguaglianza effimera. Il mondo contadino di cui parla aveva un legame con la religione e quindi con un aspetto di autenticità valoriale che il Natale, nella sua essenza, rappresenta; un universo atavico che non esiste più, accorpato da una società dei consumi sempre più in crescita.
Il nuovo Capitalismo che orienta precetti e virtù
Non esistono valori, dettami, né precetti: Famiglia, Dio, Religione e Patria hanno perso la loro accezione semantica e la loro sacralità. Tutto confluisce in un macro-sistema in cui si riversa un guazzabuglio di idee, pensieri e virtù; il nuovo mito, adorato e idolatrato, è infatti il consumismo, oramai indipendente da ogni principio.
Ora il nuovo capitalismo, non ha affatto bisogno di quel ricatto – se non ai suoi margini, o in isole sopravviventi, o nell’abitudine (che si va estinguendo). Per il nuovo capitalismo, che si creda in Dio, nella Patria o nella Famiglia, è indifferente. Esso ha infatti creato il suo nuovo mito autonomo: il Benessere. E il suo tipo umano non è l’uomo religioso o il galantuomo, ma il consumatore felice d’esser tale. Quando ero bambino, dunque, il rapporto tra Capitale e Religione (nei giorni di Natale) era atroce ma reale. Ora tale rapporto non ha più ragione di essere. È puramente assurdo. È forse questa assurdità che mi angoscia e mi fa fuggire. (In Paesi maomettani). La Chiesa (in Italia, quando io ero bambino, sotto il fascismo) era asservita al Capitale: ne era strumentalizzata, ed essa si era resa strumento del potere. Aveva regalato alle grandi industrie un bambinello tra un asinello e una vaccherella. Del resto, non marciava sotto le bandiere di Mussolini, di Hitler, di Franco, di Salazar? Ora, però, la Chiesa mi pare, in un certo senso, ancora più asservita di prima al Capitale. Infatti prima, la Chiesa, si salvava in quel tanto di autentico che c’era nel mondo preindustriale e contadino (e in quel tanto di artigianale che permaneva nelle vecchie industrie): ora invece, essa non ha contropartita”.
Festività e consumismo
(Tempo, n.1 anno XXXI, 4 gennaio 1969)
Pasolini fa luce su una realtà sconvolgente, quella logica dell’edonismo del consumo sottolineata negli Scritti Corsari: la ricerca costante di un profitto che produce modelli i quali si affermano nell’omologazione. Succede, quindi, che il consumismo ha annichilito l’uomo nelle sue più uniche sfaccettature: il prototipo del sistema capitalista non è un uomo religioso, elegante, alfabetizzato, misero: non è importante cosa sia un uomo perché il soggetto prediletto è il consumatore. A tal proposito, in un’intervista nel programma “Donna donna” (RAI) in onda il 21/09/1974, Pier Paolo Pasolini afferma:
”Al potere non importa niente di educare bene un bambino gli importa educare il bambino di modo che poi diventi un consumatore”.
Non esiste più quel mondo pre-industriale fatto di tradizioni, stagioni, solennità e miseria: seppur nella povertà l’uomo – che uomo era e non consumatore incosciente – si univa alla sacralità della festività ecclesiastica. La modestia del mondo contadino era scandita dal fluire delle stagioni e dalla tradizione, mentre adesso anche le festività sembrano asservite all’avanzare del benessere. Nell’articolo apparso su Tempo Pasolini cita anche il ruolo della Chiesa: il Natale, da sempre festa religiosa, sembra adesso annichilito da un altro tipo di venerabilità. Pasolini suggerisce quindi alla Chiesa di fare una distinzione fra le proprie ricorrenze e quelle prodotte dal Consumismo:
”Non può nemmeno dire di strumentalizzare a sua volta il Capitale: infatti il Capitale strumentalizza la Chiesa solo per abitudine, per evitare guerre religiose, per comodità. In realtà, la Chiesa non gli serve più. Se essa non ci fosse, esso ne potrebbe fare a meno. Ora, in casi del genere, la strumentalizzazione deve essere reciproca, perché serva a tutti e due. A questo punto la Chiesa dovrebbe perciò distinguere le proprie festività (se ancora, arcaicamente ci tiene) da quelle del Consumo. Dovrebbe distinguere, per dirla tutta, l’ostia dai panettoni. Questo embrassons-nous tra Religione e Produzione è atroce. E infatti quello che ne consegue è intollerabile alla vista e a tutti gli altri sensi”.
Festività e consumismo
(Tempo, n.1 anno XXXI, 4 gennaio 1969)
Pasolini, il Natale pagano della non – sacralità
In un moto di ironia e genialità Pier Paolo Pasolini spiega la primordiale natura non sacrale delle feste natalizie, sottolineando come l’origine del Natale fosse, in realtà, pagana. Eliminando la serietà della ricorrenza cristiana afferma come, in effetti, la genesi della festività che si contraddistingueva per la spiccata allegria aderisca perfettamente alla visione del Natale dato dal nuovo modello capitalista.
”Certo, in realtà Natale è un’antica festa pagana (la nascita del sole) e come tale era originariamente allegra: può darsi che questa ancestrale allegria abbia ancora bisogno, stagionalmente, di esplodere in un uomo che sta per dissodare il Sahara con mostri meccanici. Ma allora, questa festa pagana ritorni pagana: la sostituzione della natura industriale alla natura naturale, sia completa, anche nelle feste. E la Chiesa se ne distingua. Essa non può più essere contadina e ignorante: non può più fingere di non sapere che la festa natalizia è appunto una antica festa celebrata in pagis, pagana, e che l’amalgama è arcaico e medioevale. La tradizione dei presepi e degli alberi di Natale, deve essere abolita da una Chiesa che voglia sopravvivere nel mondo moderno. E questo non devono saperlo solo dei preti eccentrici, progressisti e colti”.
Festività e consumismo
(Tempo, n.1 anno XXXI, 4 gennaio 1969)
Il Natale non è quindi più una festa religiosa, ma diventa una furiosa corsa all’affermazione, all’approvazione sociale, una psicosi bellica dirà lo scrittore alla fine dell’articolo su Tempo. Tutta la società è quindi proiettata verso una omologazione incosciente per via di uno stesso sistema di formazione che educa a volere a tutti i costi gli stessi status e privilegi come lo stesso autore dichiarerà nella sua ultima intervista a Furio Colombo, nel 1975, dal titolo “Siamo tutti in pericolo”.
Una falsa illusione di libertà
L’acquisto, il consumo, il tendere allo status maggiore per ottenere una riprova sociale diventando, in realtà, un prodotto di quell’ingranaggio a cui si aspira è l’unica vera fede. Nel corse sfrenate per raggiungere quel consumismo che ha distrutto il mondo contadino e reale, soppiantandosi tanto insidiosamente quanto tacitamente, si solidifica una falsa illusione di libertà. Nell’articolo Aboliamo la tv e la scuola dell’obbligo, sul Corriere della Sera, Pasolini scriverà anni dopo:
”Che cos’è che ha trasformato i proletari e i sottoproletari italiani, sostanzialmente, in piccolo borghesi, divorati, per di più, dall’ansia economica di esserlo? […] Il consumismo che ha distrutto cinicamente un mondo “reale”, trasformandolo in una totale irrealtà, dove non c’è più scelta possibile tra male e bene. […]”
Pasolini, ”Aboliamo la tv e la scuola dell’obbligo”, Corriere della Sera, 18 ottobre 1975
Risulta chiara, quindi, la decisione dello scrittore di trascorrere le festività lontane da un’Italia che ha voltato le spalle a quel mondo bucolico e rurale, semplice ma reale, per inseguire uno spettro di illusione distribuendo piccole e illusorie porzioni a chi, oramai, prima di essere un uomo è diventato inconsciamente un consumatore:
”Come festa pagana-neocapitalistica il Natale sarà comunque sempre atroce. È un ersatz – con gli week-end, e le altre feste affini – della guerra. Nasce in questi giorni una psicosi che è decisamente bellica. L’aggressività individuale si moltiplica. Aumenta vertiginosamente il numero dei morti. È una vera strage. Si dice: molti Vietnam. Ma i molti Vietnam ci sono. Appunto, in queste occasioni festive: in cui la festa è l’interruzione di un’abitudine allo sfruttamento, all’alienazione, al codice, alla falsa idea di sé: tutte cose che nascono dal famoso lavoro, che è rimasto quello cui inneggiavano i cartelli nei campi di concentramento di Hitler. Da tale interruzione, nasce una falsa libertà, in cui esplode un arcaico istinto di affermazione. E ci si afferma, aggressivamente, attraverso una feroce concorrenza, facendo nel modo più medio le cose più medie. Sì, è una nota terribile al Natale, che ho fatto. E non ho nulla da concedere a niente. Niente bonarietà. Niente addolcimenti. Le cose stanno così. È inutile nasconderlo, anche poco”.
Festività e consumismo
(Tempo, n.1 anno XXXI, 4 gennaio 1969)
Quel proletariato che si omologa alla borghesia attraverso la civiltà consumistica auspicando una egualitaria distribuzione dei beni di consumo e rinunciando, in cambio, alla lotta di classe si è annichilito nell’eterno inseguimento del benessere. L’unico modo per sfuggire a questa visione, per Pasolini, è passare il suo Natale all’estero in quei paesi dove ancora la contaminazione del consumismo ostentativo sembra non essere sopraggiunta. Un anno dopo, Pier Paolo Pasolini, scriverà un altro articolo su Tempo ( Tanti auguri!. Tempo, n.1 anno XXXII, 3 gennaio 1970) convalidando nuovamente il suo pensiero.
”Siamo arrivati all’insopportabile Natale. Non ho niente da aggiungere a quanto dicevo un anno fa, qui, contro questa festa stupida e irreligiosa. Tanti auguri ai fabbricanti di regali pagani! Tanti auguri ai carismatici industriali che producono strenne tutte uguali! […] Tanti auguri a chi crederà sul serio che l’orgasmo che l’agiterà – l’ansia di essere presente, di non mancare al rito, di non essere pari al suo dovere di consumatore – sia segno di festa e di gioia!”
Tanti auguri!
(Tempo, n.1 anno XXXII, 3 gennaio 1970)
Stella Grillo
Foto in copertina da it.wikipedia.org
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