Per i Radiohead, la questione israelo-palestinese è da anni un tasto piuttosto dolente. Nel 2017 la band ha ricevuto diverse critiche per essersi esibita a Tel Aviv nonostante l’invito al boicottaggio da parte del movimento BDS; lo scorso anno, il frontman Thom Yorke si è scontrato con un manifesfante nel corso di un concerto, per poi abbandonare il palcoscenico. Anche il chitarrista Jonny Greenwood è finito al centro della polemica per aver registrato dei brani insieme al musicista israeliano Dudu Tassa; ora, dopo un lungo silenzio, il gruppo ha deciso di parlare apertamente.
Intervistati dal Time, i membri della band, che a novembre torneranno in tour dopo sette anni di assenza dai palchi, hanno espresso il loro pensiero. Riferendosi alle contestazioni ricevute, Yorke ha spiegato: «Questa cosa mi tiene sveglio la notte. Mi dicono cosa ho fatto della mia vita, cosa dovrei fare dopo e che quello che penso non ha senso. La gente vuole prendere ciò che ho fatto, che significa così tanto per milioni di persone, e spazzarmi via. Ma non è compito loro portarmelo via, e io non mi considero una cattiva persona».
Thom Yorke non tornerebbe a suonare in Israele
«Di recente», ha raccontato, «mi è capitato di sentirmi gridare “Liberate la Palestina!” per strada. Ho parlato con un tizio. La sua risposta era: “Hai una piattaforma, un dovere e devi prendere le distanze da Jonny”. Ma io ho risposto: “Io e te, in piedi per strada a Londra, a urlarci addosso? Beh, i veri criminali, che dovrebbero comparire davanti alla CPI, ridono di noi che litighiamo tra di noi nella sfera pubblica e sui social media, mentre loro continuano impunemente a uccidere persone”. È un’espressione di impotenza. È un test di purezza, una caccia alle streghe di basso livello alla Arthur Miller. Rispetto profondamente lo sgomento, ma è molto strano essere la vittima».
Greenwood ha specificato: «La sinistra cerca i traditori, la destra i convertiti, ed è deprimente che siamo il più vicino possibile a loro. Fischiare a un concerto non mi sembra né coraggioso né progressista». Yorke, tuttavia, non tornerebbe a suonare in Israele: «Assolutamente no. Non vorrei trovarmi a ottomila chilometri dal regime di Netanyahu, ma Jonny ha radici lì. Quindi capisco».
Federica Checchia





