La procura di Istanbul ha avviato un’indagine sulle Manifest, una nota band turca composta da sei ragazze, per «esibizionismo» e «atti indecenti e immorali», in relazione a un concerto da loro tenuto lo scorso 6 settembre. Le musiciste hanno dovuto consegnare i passaporti e, per il momento, non possono lasciare il Paese; rischiano dai sei mesi a un anno di carcere. Hanno, inoltre, cancellato tutte le date del prossimo tour.

Diversi esponenti del partito di Recep Tayyip Erdoğan, il Partito della giustizia e dello sviluppo (AKP), le hanno criticate in modo piuttosto aggressivo. Oktay Saral, un collaboratore del presidente, ha condiviso su X un’immagine delle artiste, definendole «creature demoniache» e insistendo sulla necessità di «occuparsi di loro» in modo che non possano più avere «atteggiamenti esibizionisti».

Le Manifest sono considerate “scomode” da Erdoğan

La procura di Istanbul sta indagando sulle Manifest

Le Manifest sono una pop band molto conosciuta e apprezzata dalla popolazione. I loro pezzi non sono politici, e si concentrano principalmente sull’amore e sull’accettazione di sé; la loro sintonia e il loro successo, tuttavia, sono diventati simboli di solidarietà femminile ed emanicipazione, soprattutto per le fan più giovani. L’accanimento da parte del governo, con ogni probabilità, è dovuto proprio a questo sistema di valori, poco apprezzato da Erdoğan e dal suo modus operando autoritario e repressivo, che sta progressivamente limitando la libertà di stampa e le opposizioni, in modo da rendere la Turchia uno Stato sempre più conservatore.

Il concerto incriminato, dopotutto, non ha presentato particolari anomalie, rispetto ai canonici spettacoli del gruppo, fatta eccezione per dei costumi di scena leggermente più succinti rispetto al solito, ma non abbastanza da giustificare un provvedimento così duro. È più plausibile che, a scatenate le ire dei piani alti, sia stato l’utilizzo, da parte degli utenti web, di alcune coreografie e canzoni delle Manifest per criticare il governo. In particolare, molti manifestanti hanno iniziato a scandire sulle note di un loro famoso singolo, Arıyo, lo slogan «Hak hukuk adalet» (diritto, legge e giustizia). Un inno alla libertà e alla legalità, che suona come un canto stonato alle orecchie di Erdoğan.

Federica Checchia