Oggi, 31 ottobre, presso il Museo del Genio di Roma verrà inaugurata la mostra Vivian Maier. The exhibition, dedicata alla celebre fotografa americana. L’esposizione raccoglie oltre duecento scatti, suddivisi per aree tematiche, che evidenziano lo sconfinato talento della donna, scomparsa nel 2009, e soprattutto la sua capacità di cogliere e catturare attimi di vita, per poi imprimerli in un rullino.
Nata a New York il 1º febbraio 1926, era figlia di Charles Maier, proveniente da una famiglia di migranti austriaca, e di Maria Jaussaud, francese. Sin da ragazza, prese a lavorare come bambinaia; giunta a Chicago, fu assunta dai coniugi Nancy e Avron Gensburg per prendersi cura dei loro tre ragazzi: John, Lane e Matthew. I bambini si affezionarono subito a lei: come spiegò Lane Gensburg anni dopo, per loro la donna era «come Mary Poppins».
Chi era Vivian Maier

Vivian, in realtà, non amava particolarmente lavorare come bambinaia, ma quell’impiego le offriva la possibilità di coltivare la sua vera passione: la fotografia. Con la sua Rolleiflex al collo, e i bambini spesso al seguito, percorreva le strade della metropoli, portando i piccoli Gensburg anche nei quartieri più malfamati, per immortalare la vita nella sua interezza, dall’alta società ai bassifondi. Le sue foto ritraggono donne eleganti, gentlemen con cappello e quotidiano sottobraccio, ma anche mendicanti, operai. Gli emarginati catturavano sovente la sua attenzione, ma Maier, con il suo sguardo acuto e scevro di pregiudizi, restituiva loro dignità. In quegli scatti non c’era pietà, né biasimo, ma solo una profonda umanità.
Quando i tre ragazzi non ebbero più bisogno di una tata, la donna si spostò presso altre famiglie, ma restò sempre in contatto con i Gensburg. Furono proprio loro ad aiutarla quando, nel 2008, battè la testa dopo essere scivolata a causa del ghiaccio. Si assicurarono che avesse le migliori cure, e si occuparono delle sue spese mediche. Nonostante tutte le attenzioni, purtroppo, Vivian si spense nell’aprile del 2009, senza disturbare, esattamente come aveva vissuto.
La scoperta di John Maloof
Ancor prima ancora della sua morte, il box nel quale aveva riposto migliaia di rullini e fotografie sviluppate, era finito all’asta, a causa degli affitti non pagati, e tutto il materiale da lei pazientemente accumulato rischiava di andare perduto per sempre. Per fortuna, le cose andarono diversamente.
Nel 2007, il giovane John Maloof, intenzionato a compiere una ricerca sulla città di Chicago, acquistò in blocco il contenuto di un garage, espropriato per legge ad una donna che aveva smesso di pagare i canoni di affitto. Tra le varie cianfrusaglie, il ragazzo trovò un baule contenente centinaia di negativi e rullini ancora da sviluppare. Dopo aver stampato alcune fotografie, Maloof le pubblicò su Flickr: le immagini ottennero un successo inaspettato, che lo invogliarono ad approfondire la questione, e a cercare la mano dietro l’obiettivo.
Le indagini si rivelarono più difficili del previsto. Di quella Vivian Maier, accumulatrice seriale e prolifica fotografa, sembrava essersi persa ogni traccia. Rintracciando le famiglie per le quali la bambinaia aveva lavorato, e servendosi di scontrini assegni, lettere e qualsiasi cosa avesse collezionato nel tempo, l’uomo riuscì tuttavia a ricostruire l’identità di quella fotografa misteriosa e schiva, che appariva solo in qualche autoritratto, senza guardare mai direttamente verso l’obiettivo, ma utilizzando specchi o vetrine di negozi come superfici riflettenti.
Il successo postumo di Vivian Maier
Mentre qualcuno la stava cercando per mari e per monti, Vivian scomparve, all’età di ottantanove anni. Non seppe mai di essere stata “scoperta”, e si seppe della sua morte solo grazie a un necrologio pubblicato su internet. Nel 2011, dopo aver contattato diverse gallerie, Maloof realizzò il sogno di esporre gli scatti della donna. La mostra riscosse enormi consensi, e proiettò, seppur in modo postumo, quella governante schiva e “invisibile” nell’Olimpo della fotografia.
Nutrendo da sola il proprio talento, Maier aveva superato le barriere economiche, la mancanza di un’istruzione formale, i pregiudizi di genere che colpivano le donne avvezze a muoversi da sole per le strade delle città, e aveva coltivato la sua arte in punta di piedi, cogliendo con il suo apparecchio le sfumature contraddittorie e grottesche di una società che viaggiava a ritmo sostenuto, lasciando però indietro chi viveva ai margini. Vivian Maier aveva visto queste persone, le aveva fotografate, le aveva capite. Quanto a lei, per decenni aveva osservato tutto e tutti senza essere notata a sua volta. Probabilmente aveva sempre preferito così ma, grazie alla tenacia di un giovane americano e al destino, alla fine il mondo si è accorto di lei.
Federica Checchia





