Ci sono oggetti di scena che attraversano il tempo, e poi ci sono le Ruby Slippers de Il Mago di Oz — quelle che non smettiamo mai di guardare, anche quando non sono sullo schermo. A quasi un secolo dall’uscita del film, le scarpette rosse indossate da Judy Garland continuano a brillare come se fossero state create ieri: simbolo di fantasia, ossessione collezionistica e, più recentemente, di un mercato di memorabilia sempre più fuori scala. Ma dietro il luccichio c’è una storia fatta di artigianato maniacale, sparizioni notturne, indagini dell’FBI e un’asta che ha riscritto i record del cinema. Ma soprattutto: perché in Wicked le Ruby Slippers non sono rosse?
La vera storia delle Ruby Slippers de Il Mago di Oz: icone del cinema, e protagoniste di uno dei furti più surreali di Hollywood
Nel romanzo originale di L. Frank Baum, le scarpette non erano rosse ma argento. Il colore “ruby” è un’invenzione della MGM, pensata per sfruttare il Technicolor e trasformare quel dettaglio in un’esplosione visiva. L’ingresso di Dorothy nel mondo di Oz — quel passaggio dal sepia alla saturazione estrema — rimane uno dei momenti più emblematici della storia del cinema, e le scarpette, semplicemente, diventano leggenda.
Proprio per ragioni legali, il nuovo blockbuster Wicked: For Good, che sfiora e rielabora la narrativa di Oz, non le utilizza. Le scarpette nel 2025 tornano argento: un ritorno al libro, ma anche un confine necessario per non scontrarsi con i diritti del film del 1939. È una scelta estetica ma soprattutto culturale.
Come si costruisce un mito
La parte più affascinante? Le Ruby Slippers erano, in origine, delle normalissime décolleté bianche in pelle. Per trasformarle in un oggetto mitologico, il costume designer Gilbert Adrian e il team MGM lavorano come fossero in un atelier: tintura rossa, overlay in faille di seta, fiocchi ricoperti di strass e — dettaglio quasi rituale — circa 2.400 paillettes cucite a mano su ogni singola scarpa.
Le suole vengono dipinte; poi coperte da un feltro arancione per silenziare i passi di Judy Garland sul set. Il risultato è qualcosa che sta a metà tra l’artigianato couture e il trucco di scena: fragile, prezioso, intensamente pop.
Il furto che sembrava una leggenda urbana
Nel 2005, un paio appartenente alla collezione privata del collezionista Michael Shaw scompare dal Judy Garland Museum in Minnesota. Nessun sistema di allarme sofisticato, nessun grande piano criminale: una teca spaccata e via. Il furto diventa quasi mitologico, e per tredici anni le scarpette sembrano inghiottite dal nulla.
Poi, nel 2018, l’FBI orchestra un’operazione sotto copertura per recuperarle. Il recupero è teatrale quanto il film: un intermediario, un incontro segreto, un paio di scarpe avvolto in decenni di cospirazioni pop. E un dettaglio incredibile: la coppia rubata è “mismatched”, composta da due scarpe originariamente appartenenti a set diversi — un promemoria di quanto fosse caotica (e affascinante) la produzione MGM del 1939.
Dal caveau al martelletto dell’asta
Dopo il ritrovamento, Shaw decide di venderle. Nel 2024, all’asta, il prezzo schizza a 32.5 milioni di dollari. È una cifra che supera qualsiasi altro oggetto di scena cinematografico e che sancisce, una volta per tutte, che le Ruby Slippers non sono solo memorabilia: sono arte, mito, brand culturale.
Oggi, delle quattro coppie conosciute, una vive al Smithsonian, un’altra all’Academy Museum di Los Angeles, una è finita in mani private, e quella rubata e ritrovata è scomparsa dietro la porta blindata di un collezionista anonimo. Forse una galleria sotterranea, forse una villa invisibile a picco sul mare: le storie che generano sono parte del fascino.





