Lunedì, un tribunale di Mosca ha dichiarato il collettivo punk femminista russo anti-Cremlino Pussy Riot un’organizzazione estremista, vietandone le attività in Russia nell’ambito di una più ampia repressione delle voci dissidenti. La sentenza è stata emessa durante un’udienza a porte chiuse, su richiesta della Procura Generale.

La condanna, che ora vede il gruppo condividere la designazione con i Testimoni di Geova e l’organizzazione politica del defunto politico dell’opposizione Alexei Navalny, tra gli altri, renderà più facile per le autorità perseguire i suoi sostenitori in Russia o le persone che in passato hanno lavorato con le ragazze.

Il commento della fondatrice delle Pussy Riot

Le componenti della band, che non vivono più nel loro Paese d’origine, si sono dette certe che questa decisione sia basata soltanto su motivazioni politiche. Le Pussy Riot sono da sempre avverse allo strapotere di Vladimir Putin, e si sono espresse più volte contro la guerra in Ucraina. A settembre, un tribunale le ha condannate in contumacia a pene detentive fino a tredici anni.

La fondatrice del gruppo, Nadya Tolokonnikova, che si trova fuori dalla Russia e si descrive come “geograficamente anonima” per motivi di sicurezza, ha commentato l’accaduto. «Posso dire quello che penso di Putin», ha dichiarato. «È un sociopatico invecchiato che diffonde il suo veleno in tutto il mondo come un cancro. Nella Russia di oggi, dire la verità è estremismo. E così sia: siamo orgogliosi estremisti. Questa ordinanza del tribunale è stata concepita per cancellare l’esistenza stessa delle Pussy Riot dalla mente dei russi. Possedere un passamontagna, avere la nostra canzone sul computer o mettere “Mi piace” a uno dei nostri post potrebbe comportare la prigione. Le Pussy Riot sono diventate di fatto “quelle che non possono essere nominate”».

Federica Checchia