Israele, dopo aver modificato il processo di registrazione delle organizzazioni umanitarie all’inizio di quest’anno, ha imposto l’obbligo di presentare un elenco del personale, inclusi i dipendenti palestinesi di Gaza. In seguito alle suddette modifiche, dal 1° gennaio 2026 oltre 37 organizzazioni non governative (ong) saranno impossibilitate a operare nella Striscia. Un impedimento che rischia di compromettere l’assistenza essenziale per i cittadini.
Le ong che non potranno più operare a Gaza
Il motivo principale per il quale Israele ha deciso di impedire alle ong di operare è legato ai requisiti insufficienti di quest’ultime. Oltre che nella Striscia, le organizzazioni non potranno operare neanche in Cisgiordania e a Gerusalemme Est, due territori che secondo la legge internazionale sono territorio palestinese. In aggiunta, il governo sostiene che le ong in questione non abbiano fornito gli elementi necessari per accertare che i loro dipendenti non abbiano alcun legame con organizzazioni terroristiche palestinesi. Tra queste figura anche Medici Senza Frontiere (MSF), accusata dal ministro di non aver chiarito i ruoli di alcuni membri del personale. Il provvedimento include anche organizzazioni internazionali come ActionAid, l’International Rescue Committee e il Norwegian Refugee Council.
Non mancano all’appello anche organizzazioni caritatevoli come Oxfam e Caritas. Dall’inizio del provvedimento datato 1° gennaio, alcune organizzazioni incluse nel seguente elenco avranno due mesi di tempo per concludere le attività. Successivamente la loro licenza sarà ufficialmente revocata a marzo 2026. Un’interruzione forzata che i ministri degli Esteri di Regno Unito, Francia, Canada, Danimarca, Finlandia, Islanda, Giappone, Norvegia, Svizzera e Svezia hanno definito grave, soprattutto per i servizi essenziali come le cure mediche. Come è ben noto, dopo due mesi dall’ultimo cessate il fuoco la situazione non è affatto migliorata. Oltre un milione e mezzo di persone versano ancora in condizioni preoccupanti, sia a livello sanitario che alimentare – come dichiarato dall’Integrated Food Security Phase Classification-.
A rischio la sicurezza e i principi umanitari nella Striscia
Il governo israeliano sottolinea che il divieto imposto non impedirà l’assistenza sanitaria. Le operazioni, infatti, avverranno per vie traverse. Come ha dichiarato il governo, opereranno “canali approvati dal governo”, “partner bilaterali” e “organizzazioni umanitarie che operano nel pieno rispetto delle regole israeliane”. Nel corso dell’ultimo anno, una di queste ong creata da Israele è stata Gaza Humanitarian Foundation. Un’organizzazione militarizzata e particolarmente controversa che si occupava di distribuire cibo. Nei seguenti punti di raccolta della ong israeliana, però, sono stati uccisi centinaia di civili palestinesi. Le nuove norme, in aggiunta, sono limitanti e severe. Ad esempio, tra uno dei motivi per cui a un’ong potrebbe essere vietato di operare c’è l’eventuale promozione di “campagne che delegittimano Israele”.
Israele, tuttavia, non ha dichiarato se le informazioni raccolte non saranno utilizzate per scopi militari. Athena Rayburn, direttore esecutivo di Aida, ha espresso grande preoccupazione per la sicurezza, sottolineando che più di 500 operatori umanitari sono stati uccisi a Gaza. “Accettare che una parte del conflitto controlli il nostro personale, soprattutto in condizioni di occupazione, è una violazione dei principi umanitari, in particolare della neutralità e dell’indipendenza”, ha aggiunto poi. Con la revoca definitiva prevista per marzo, i prossimi mesi rappresenteranno l’ultima possibilità per evitare una crisi umanitaria.
Stefania Cirillo





