Gli attacchi statunitensi e israeliani all’Iran e la conseguente risposta militare di quest’ultima stanno generando degli effetti immediati sul prezzo del petrolio. Gli investitori stanno analizzando e quantificando il possibile impatto dell’escalation delle tensioni in Medio Oriente. Un prolungamento del conflitto potrebbe generare delle implicazioni dirette e significative sui fluissi di petrolio e conseguentemente sull’economia mondiale.
Con la guerra in Iran aumenta il prezzo del petrolio
All’inizio degli scambi, il prezzo del barile di petrolio statunitense è salito di circa l’8%, successivamente ha registrato un aumento del 5,9% a 71,00 dollari al barile. Il Brent, invece, è salito del 6,2%, pari a 77,38 dollari al barile. La visione è tutt’altro che ottimistica, difatti gli operatori prevedono che potrebbero verificarsi ulteriori rallentamenti o blocchi nella fornitura di petrolio proveniente dall’Iran e da altre zone nel Medio Oriente. Tra gli attacchi nella regione e la chiusura dello Stretto di Hormuz, la capacità di esportare petrolio nel resto del mondo è fortemente limitata. Stephen Innes di SPI Asset Management ha dichiarato: «Circa un quinto dei flussi globali di petrolio e Gnl passa attraverso lo Stretto di Hormuz. Non si tratta di un canale sconosciuto. È l’aorta del sistema energetico globale».
Quanto sta accadendo rappresenta un problema notevole, con ripercussioni che andranno a influenzare soprattutto la Cina. Pechino, pur avendo considerevoli riserve di petrolio, potrebbe risentirne scegliendo di affidarsi alle importazioni dalla Russia. Come riportato da Euronews, un’ulteriore interruzione dei flussi causerebbe enormi implicazioni. Lo ha dichiarato RaboResearch Global Economics & Markets: «L’energia è essenziale per tutta la produzione» e una delle possibili ripercussioni riguarderebbe un ritorno dell’inflazione causato proprio dai costi energetici.
Stefania Cirillo




