Il 2 Giugno 1946 è una data importante per la storia italiana. Innanzitutto, è la giornata in cui avvenne il referendum istituzionale per scegliere il nuovo assetto dello Stato. Due le scelte per gli aventi diritto: monarchia o repubblica. Gli italiani scelsero la seconda opzione, o meglio ben 12,7 milioni di cittadini si orientarono verso un nuovo modello politico. Tuttavia, la portata democratica di quelle giornate – si votò infatti anche il 3 giugno – fu doppia: il popolo venne chiamato alle urne non solo per decidere il futuro governo italiano, ma anche per le elezioni politiche generali che avrebbero eletto i membri dell’Assemblea Costituente, l’organo incaricato della redazione della nuova Carta Costituzionale. Per la prima volta, allora, venne deciso che il diritto di elettorato attivo potesse essere esteso a tutte le cittadine che avessero compiuto 21 anni, considerata la maggiore età dell’epoca. Le elezioni amministrative, invece, avevano già preso il via pochi mesi prima, a partire dal marzo del 1946, facendo da fondamentale prova generale a cui parteciparono le ventenni.
Il voto del 2 giugno fu l’apice di un lungo percorso

Il traguardo storico del voto femminile non nacque dal nulla, ma fu l’esplosione di un’istanza sociale rimasta compressa per decenni. Già all’indomani della Prima Guerra Mondiale, le italiane avevano maturato la forte consapevolezza che qualcosa dovesse cambiare. Con gli uomini al fronte, le donne avevano dovuto abbandonare le mura domestiche e lavorare al loro posto nei campi, negli uffici, nelle fabbriche e negli ospedali. Finita la Grande Guerra, lo Stato aveva tentato di ripristinare il loro ruolo, ignorando però i sacrifici da loro sostenuti. Con il secondo conflitto mondiale, questa dinamica si ripropose in modo ancora più radicale ed esteso. Le donne infatti non furono solo la spina dorsale dell’economia di guerra e della sussistenza familiare, ma anche protagoniste attive della Resistenza come staffette e combattenti. Una volta terminato il conflitto nel 1945, l’idea di tornare passivamente ai vecchi ruoli domestici tradizionali era ormai inammissibile. Le donne avevano dimostrato sul campo la loro autonomia e capacità di guida, e il voto politico divenne l’esito naturale di questa emancipazione sociale ormai irreversibile.
L’eredità mussoliniana e il voto
Tutto questo dovette scardinare la pesante eredità dell’ideologia mussoliniana. I gerarchi fascisti, infatti, avevano una visione rigidamente patriarcale. Dal loro punto di vista, la donna ideale del regime doveva essere esclusivamente un angelo del focolare, una madre prolifica e sposa sottomessa. La retorica del regime lottava contro l’istruzione superiore e il lavoro femminile, considerandoli pericoli che avrebbero mascolinizzato la donna e distolto la sua attenzione dalla demografia. In questo contesto, la concessione del voto femminile del novembre 1925 fu soltanto una mossa propagandistica. In quell’occasione, infatti, quando il fascismo concesse un limitatissimo voto amministrativo ad alcune categorie di donne benestanti, ma esso venne abolito con l’entrata in vigore delle leggi fascistissime che abolirono i consigli comunali elettivi, sostituendo i sindaci con i podestà di nomina governativa. Il suffragio universale del 1946 fu quindi la definitiva sconfitta culturale del modello fascista.

Numeri e provenienza geografica dell’elettorato
Le donne che andarono al voto in quel memorabile giugno furono ben 12.998.131, superando numericamente gli uomini (fermi a circa 11,9 milioni) e costituendo la maggioranza assoluta del corpo elettorale. I dati sul voto ci spiegano che l’affluenza complessiva fu straordinaria, sfiorando l’89% degli aventi diritto. Dal punto di vista geografico, il Paese emerse profondamente spaccato. La Repubblica trionfò nel Centro-Nord, trainata da una forte coscienza antifascista, sostenuta dalla Resistenza e da un elettorato urbano e operaio. Al contrario, la Monarchia ottenne percentuali altissime nel Sud Italia e nelle Isole, territori dove i Savoia venivano ancora percepiti come un simbolo di continuità e stabilità istituzionale.
L’estrazione sociale ebbe un peso sul voto del 2 giugno?
Ciò che emerge dall’analisi storica, inoltre, smentisce l’idea che il voto si sia diviso rigidamente per ceti sociali. Più che l’estrazione economica, a pesare furono la collocazione geografica, il livello di alfabetizzazione e la memoria storica recente. Nel Mezzogiorno, ex Regno delle Due Sicilie, dove i traumi sociali ed economici legati all’Unità d’Italia del 1861 avevano lasciato ferite profonde dovute alla centralizzazione e allo smantellamento di alcune realtà locali — la Corona rappresentava un baluardo d’ordine a cui fare riferimento. Per molte donne del Sud, allora, l’idea di abbandonare l’istituto monarchico nel bel mezzo delle distruzioni materiali ed economiche della Seconda Guerra Mondiale appariva un rischio inammissibile. Diverso fu il caso delle donne del Nord e delle grandi città della penisola. Esse erano maggiormente scolarizzate, inserite direttamente nei contesti produttivi ed erano state testimoni dirette della violenta occupazione nazifascista e della lotta partigiana. Nel voto queste donne videro dunque l’unica via d’uscita per rifondare moralmente e politicamente la nazione.
Le donne dell’Assemblea Costituente e le sindache elette
Nello stesso momento in cui si votava per il referendum, le italiane votarono anche le proprie rappresentanti nell’Assemblea Costituente. Su 556 seggi complessivi dell’Assemblea Costituente, vennero elette 21 donne: passate alla storia con il nome di Madri Costituenti. Di estrazioni politiche differenti – nove della Democrazia Cristiana, nove del Partito Comunista, due del Partito Socialista e una dell’Uomo Qualunque – queste donne seppero superare le diverse ideologie per fare fronte comune sui diritti fondamentali. Cinque di loro, cioè Maria Agamben Federici, Angela Gotelli, Nilde Iotti, Lina Merlin e Teresa Noce entrarono a far parte della ristrettissima Commissione dei 75, incaricata di redigere materialmente il testo costituzionale. Fu grazie alla loro presenza che esiste l’articolo 3 della nostra Costituzione incentrato sulla pari dignità sociale dei cittadini senza distinzione “di sesso”. Parallelamente, le tornate amministrative del 1946 videro l’elezione delle prime storiche sindache d’Italia. Furono in tutto una decina le pioniere che presero la guida dei propri comuni. Tra i nomi più celebri ricordiamo Caterina Tufarelli Rodò eletta a San Sosti, in provincia di Cosenza, Ada Natali diventata prima cittadina di Massa Fermana nelle Marche ed Elsa Damiani Prampolini a Spello. Donne straordinarie che dotate di un’assoluta maturità politica, ricoprirono le loro cariche nel miglior modo possibile.
Donne e il voto del 2 giugno tra letteratura e cinema
Il ricordo delle prime elezioni a suffragio universale è ben rappresentato da autrici, registe e canzoni, capaci di riassumere l’intensità di quel momento storico. Straordinarie sono le parole della scrittrice e giornalista Anna Garofalo, che descrisse le lunghe file davanti ai seggi con un’immagine molto potente: Stringiamo le schede come biglietti d’amore. Si vedono molti sgabelli pieghevoli infilati al braccio di donne timorose di stancarsi. Le conversazioni che nascono tra uomini e donne hanno un tono diverso, da pari. Oppure le parole di Alba de Céspedes, che sulla rivista Mercurio e nei suoi romanzi, racconterà lo sforzo e il travaglio delle donne alle prese con il primo voto della loro vita. Questo immaginario collettivo è stato riportato al grande pubblico contemporaneo dal film capolavoro di Paola Cortellesi, C’è ancora domani. La pellicola descrive magistralmente la quotidianità opprimente dell’Italia del dopoguerra, mostrando come il voto non rappresentasse soltanto una scelta di partito, ma un atto di emancipazione femminile e di riscatto personale.
Tutto è cambiato affinché nulla cambiasse
La celebre frase descrive perfettamente la parabola storica delle donne in Italia. Nonostante il voto del 1946 abbia rappresentato un momento importantissimo per le donne perché ha garantito loro uguaglianza giuridica e accesso alla democrazia, il Paese ha dimostrato dei tempi di progresso ben diversi. Per vedere tradotti quei principi costituzionali in diritti civili si è dovuto attendere la stagione dei grandi movimenti degli anni Settanta e Ottanta, con le storiche battaglie sul divorzio (1974), sulla riforma del diritto di famiglia (1975), sull’aborto (1978), sull’abolizione del delitto d’onore e del matrimonio riparatore (solo nel 1981). Ancora oggi, nonostante la conquista delle urne e i traguardi raggiunti, le donne in Italia continuano a scontrarsi quotidianamente con profonde disparità. Il divario salariale, la cura della casa interamente sulle spalle della donna e la violenza di genere dimostrano che l’emancipazione politica non ha automaticamente cancellato i retaggi di una cultura patriarcale. Il voto del 2 giugno rimane un monumento di libertà, ma ci ricorda che la democrazia e la parità sono conquiste quotidiane che richiedono ancora lo stesso coraggio e la stessa determinazione delle milioni di italiane che ottant’anni fa cambiarono il volto della Repubblica.
Layla Perroni





