A partire da martedì 10 marzo, il palinsesto Rai offrirà agli spettatori una nuova fiction, che andrà in onda in tre prime serate. Ispirata al romanzo Le libere donne di Magliano del poeta e psichiatra Mario Tobino, la fiction vuole offrire al pubblico uno squarcio sulla vita delle donne dell’ospedale psichiatrico di Maggiano (Lucca). 

I manicomi: luoghi che producevano malattia anziché curarla

Il termine manicomio, dal greco manìa (follia) e komein (curare), designava storicamente il luogo destinato alla custodia e alla cura dei folli. La legge italiana del 1904, che ne regolamentava l’uso, stabiliva il principio secondo cui chi era affetto da alienazione mentale e risultava pericoloso per sé o per gli altri doveva essere rinchiuso in manicomio se non curabile altrove. I manicomi erano, quindi, pensati come dispositivi di contenimento, spazi separati in cui si esercitava un potere biopolitico fondato sul diritto di definire chi fosse malato e sul controllo del suo corpo. Non servivano realmente a curare i malati mentali, ma piuttosto a isolarli e a tenerli lontani dal tessuto della società. I manicomi, dunque, pur essendo formalmente deputati alla cura, si rivelarono ben presto istituzioni totali, come le definisce Erving Goffman (1961), ovvero luoghi in cui si realizzavano meccanismi di esclusione e violenza, simili a carceri o caserme. Le persone perdevano i diritti civili, venivano spersonalizzate e sottoposte a trattamenti violenti (elettroshock, camicie di forza, isolamento). Erano, a tutti gli effetti, luoghi di segregazione, ma mascherati da modernità terapeutica. Film, fotografie e testi, nel raccontare la vita manicomiale, pur con l’intento di smascherare l’orrore e suscitare empatia, corrono spesso il rischio di riprodurre una visione pietistica o paternalistica dei soggetti rappresentati, che sono invece soggetti attivi del cambiamento. Tra questi, senza dubbio, figurano le donne.

La rappresentazione della vita delle donne nei manicomi: dal romanzo di Mario Tobino alla fiction televisiva

Un tema essenziale da analizzare è il rapporto tra mondo femminile e manicomi. Nel patriarcato cattolico italiano una donna che esprimeva desiderio sessuale o comportamenti trasgressivi veniva facilmente etichettata come folle. Più nello specifico, quando le donne osavano trasgredire — alzando la voce, rivendicando diritti o semplicemente desiderando — venivano stigmatizzate come disturbate.

L’attivista e politica italiana Franca Ongaro ha dimostrato come le donne fossero portate a vivere un distanziamento dal proprio corpo, poiché quel corpo era considerato oggetto del desiderio maschile, strumento riproduttivo, bene familiare e oggetto sessuale. Non apparteneva mai veramente a loro. Questa condizione viene definita da Ongaro come “vita amputata”: una vita in cui le donne non sono mai soggetti attivi, ma oggetti del senso e delle aspettative altrui. Questo mostra come la psichiatria stessa non fosse neutra, ma intrinsecamente patriarcale, giudicando devianti quei comportamenti che mettevano in discussione l’ordine tradizionale dei ruoli di genere. Il manicomio non curava: sanzionava, escludeva, rinchiudeva. E, nel farlo, riproduceva le stesse logiche di dominio che reggevano il mondo esterno.

Le donne dei manicomi, molto spesso, non erano malate, ma considerate troppo libere, scomode o trasgressive in una società ancora patriarcale: sono proprio queste “libere donne” le protagoniste del romanzo di Mario Tobino.

Il poeta e psichiatra, attraverso la pubblicazione del romanzo nel 1953, compie un gesto dirompente: pone al centro della narrazione le donne internate, trasformate in corpi spogliati di individualità e presenze costrette ai margini.

Un romanzo breve, frammentario e dalla lingua accesa,  che può essere introdotto attraverso le parole riportate sull’aletta dell’edizione Mondadori: «A pochi chilometri da Lucca, dalla pianura s’alza il Colle di Santa Maria delle Grazie. In cima c’è il manicomio. Il paese più vicino si chiama Magliano. Così “venire da Magliano”, per la gente del luogo, significa portare il segno della pazzia, di una vita attraversata dal vento sublime e dannato della sofferenza mentale. In un reparto psichiatrico femminile, negli anni precedenti l’età degli psicofarmaci e ben prima della contestata riforma Basaglia, un medico vive con le “libere donne di Magliano”: donne aggressive, tristi, erotiche, disperate, orrende, miti, malate o semplicemente fuggite dal mondo».

Nella coproduzione Rai Fiction e Endemol Shyne Italy, che andrà in onda su Rai Uno, a vestire i panni del medico sarà Lino Guanciale

Scopriamo di più sulla fiction.

“Le libere donne”: trama e cast della fiction

In tre puntate, con la regia di Michele Soavi e sceneggiatura di Peter Exacoustos e Laura Nuti, la fiction, liberamente ispirata al romanzo, è ambientata tra Lucca e Viareggio negli ultimi anni della Seconda guerra mondiale. Ha come protagonisti il medico Mario Tobino (interpretato da Lino Guanciale) e le internate del manicomio femminile di Maggiano.

Tra loro c’è Margherita Lenzi (interpretata da Grace Kicaj), che, dopo essere fuggita nuda al duomo, viene internata dal marito nel manicomio insieme ad altre donne come Galli, Faina, Gabi, Lilli e Marta.

Per quanto la fiction sia soltanto liberamente ispirata al romanzo, Lino Guanciale è chiamato a interpretare proprio quello psichiatra che ha cambiato radicalmente il modo di approcciarsi ai pazienti: non tenersi lontano da loro, ma restare in contatto diretto, al punto da scegliere di vivere nello stesso ospedale psichiatrico. «La mia vita è qui, nel manicomio di Lucca. Qui si snodano i miei sentimenti. Qui sincero mi manifesto. Qui vedo albe, tramonti, e il tempo scorre nella mia attenzione. Dentro una stanza del manicomio studio gli uomini e li amo. Qui attendo: gloria e morte. Di qui parto per le vacanze. Qui, fino a questo momento, sono ritornato. Ed il mio desiderio è di fare di ogni grano di questo territorio un tranquillo, ordinato, universale parlare.» (pag. 75, Mondadori)

Accanto a Lino Guanciale, nei panni del protagonista, vi sono il collega Anselmi (Fabrizio Biggio) e la capoinfermiera Zonin (Francesca Cavallin), grandi punti di riferimento per il medico. A questi si aggiungono il direttore Roncoroni (Paolo Giovannucci) e il dottor Parisi (Massimo Nicolini), che invece ostacolano fortemente le iniziative di Tobino.

Pia Lanciotti interpreta Galli, Dodi Conti è Faina, Marta Bulgherini è Gabi, Gea Dall’Orto è Lilli, Janua Coeli Linhart è Marta e, infine, Gaia Messerklinger è Paola Levi Olivetti, un vecchio amore di Tobino.

“Le libere donne” è una fiction che invita a riflettere sul tema della cura della salute mentale e, in particolare, sulla condizione delle donne, creature a cui restituire una voce, un’identità, sogni e passioni.

L’obiettivo che la serie intende perseguire è, infatti, il medesimo che aveva Tobino: «Scrissi questo libro per dimostrare che anche i matti sono creature degne d’amore; il mio scopo fu ottenere che i malati fossero trattati meglio, meglio nutriti, meglio vestiti, che si avesse maggiore sollecitudine per la loro vita spirituale e per la loro libertà».

Non ci resta che attendere il primo, imperdibile appuntamento, che andrà in onda in prima serata il 10 marzo.

Alessandra Bassolino