Da Elena Ferrante a Liberato, gli artisti che lavorano sotto pseudonimo sono stati e saranno parecchi. La fama, si sa, è un’arma a doppio taglio: ti rende celebre, ma ti toglie la privacy. E quando i tuoi lavori sono politici, il timore di ripercussioni (soprattutto quando le tue opere d’arte sono famose in tutto il mondo) è alto. Per questo, da ormai più di 30 anni, l’identità di Banksy è stata un mistero. E anche se -ovviamente- l’artista non ha confermato o smentito la notizia, la domanda resta una: ci interessa davvero sapere chi è?

L’identità di Banksy è davvero così importante?

I muralisti hanno, da sempre, voluto comunicare un messaggio politico, oltre che artistico. Lo hanno fatto i muralisti messicani, come Diego Rivera o David Siqueiros, che volevano denunciare gli orrori della guerra; lo ha fatto Keith Haring con la sua street art, denunciando temi sociali come la lotta all’Aids; e lo fa ancora oggi Obey, negli Stati Uniti, denunciando temi ambientali e sociali. Insomma, è il principio della street art quello di rendere accessibile a tutti l’arte e la denuncia: queste due pratiche si fondono insieme per lanciare un messaggio. E non è il senso dell’esistenza stessa dell’arte contemporanea, quello di lanciare un messaggio utilizzando pratiche artistiche non convenzionali?

Per questo l’identità di Banksy è un mistero: decidere di mantenere l’anonimato è una scelta ben precisa. Banksy ha, tra le altre cose, lavorato su palazzi storici dove, in teoria -ma pure in pratica- non era permesso. Il 7 settembre, ad esempio, ha realizzato con uno stencil un’opera sulla parete esterna della Royal Courts of Justice di Londra, edificio sotto tutela storica. L’opera raffigurava un giudice in toga e parrucca che colpiva con un martelletto un manifestante disarmato. L’opera è nata perché due mesi prima il governo aveva designato il gruppo filo-palestinese Palestine Action come organizzazione terroristica. Il giorno prima della comparsa del dipinto, circa 900 persone erano state arrestate durante le proteste contro il divieto.

Considerato che in Inghilterra i graffiti sono un reato, il giorno dopo la realizzazione del murale, dopo l’immediata rimozione (ne è rimasta solo un’ombra) la Polizia Metropolitana di Londra ha dichiarato di aver avviato un’indagine su “una segnalazione di danneggiamento doloso” all’edificio. L’indagine è tuttora in corso, ma il Ministero non ha mai rivelato di aver o meno sanzionato Banksy. La rimozione è costata al governo 23.690 sterline. Riflettendoci un attimo, appare chiaro che l’anonimato sia servito a non svincolare l’attenzione nei confronti dell’opera e del suo messaggio: conoscere l’identità dell’artista avrebbe concentrato il dibattito sul vandalismo e poco sulla gravità di quanto compiuto dal Palazzo di Giustizia.

Perché è importante l’anonimato

Come ha detto lo stesso Banksy, “Lavorare in modo anonimo o sotto pseudonimo serve a interessi sociali vitali. Protegge la libertà di espressione, consentendo ai creatori di dire la verità al potere senza timore di ritorsioni, censura o persecuzione, soprattutto quando si affrontano temi delicati come la politica, la religione o la giustizia sociale” (fonte: Reuters). Per questo svelarne nome e volto distrugge anni di scelte ben precise e ci pone un quesito.

Scavalcare la volontà di un artista considerato (almeno tra i britannici) più famoso di Rembrandt e Monet è più o meno importante del dovere di cronaca? La verità, si sa, sta sempre nel mezzo: gli storici dell’arte parleranno di tutela della tecnica (Banksy utilizza, infatti, gli stencil, una tecnica inusuale per uno street artist), giornalisti parleranno di informazione; i più curiosi, alla fine, non volevano saperlo. In ogni caso, questa presunta identità associata a Robin Gunningham non è ancora confermata, e probabilmente non lo sarà mai. Questo perché sarebbe come rivelare a un bambino che Babbo Natale non esiste: ciò che davvero conta, per l’artista e per i fruitori di arte, sono i messaggi che manda, che sono ancora troppo poco ascoltati.

Il caso dell’italiano Blu

Ma Banksy non è l’unico artista di cui non conosciamo l’identità: Blu, street artist e muralista italiano, anonimo, attivo dalla fine degli anni Novanta soprattutto a Bologna, è un esempio tra questi. Realizza murales monumentali con figure visionarie, satiriche e spesso inquietanti, usando il muro come spazio di denuncia pubblica. I suoi lavori sono una forma di protesta contro capitalismo, guerra, sfruttamento, controllo sociale e speculazione sulla città. Come Banksy, il suo anonimato gli ha permesso di lavorare in maniera autonoma, permettendogli anche di denunciare, tra le altre cose, la commercializzazione dell’arte.

Infatti nel 2016, a Bologna, lo stesso artista ha cancellato e coperto diversi suoi stessi murales. Il suo è stato un gesto di protesta contro una mostra che stava musealizzando e staccando opere di street art senza il consenso degli artisti. Ma, in maniera simile al caso del Palazzo di Giustizia di Londra, le opere di Blu sono sparite anche per interventi esterni legati a demolizioni, riqualificazioni o rimozioni di edifici. Una pratica diversa dal gesto del 2016 a Bologna, che invece fu una cancellazione voluta dall’artista come protesta.

In Italia l’esistenza e la tutela della street art sono oggetto di dibattito ancora aperto. Esiste, infatti, una zona di confine tra libertà artistica e tutela dello spazio urbano: la Costituzione protegge l’arte e la libera espressione (artt. 33 e 21 Cost.), ma tutela anche paesaggio e patrimonio storico-artistico (art. 9 Cost.). Per questo un murale può essere considerato espressione artistica solo se realizzato con consenso. Altrimenti, su beni altrui si inserisce nel reato di imbrattamento o deturpamento (ex art. 639 c.p.); se insiste su beni culturali o aree vincolate, può richiedere le autorizzazioni previste dagli artt. 21 e 146 del d.lgs. 42/2004.

Marianna Soru