“È un film che è arrivato al momento giusto della mia vita, quando dovevo capire cosa significasse divenire adulti”- Così parla ai nostri microfoni Thèodore Pellerin, 28 anni, canadese, attore protagonista del film Nino. La pellicola, prodotta Minerva Pictures e Filmclub Distribuzioni è stata presentata ai Randez-Vous. Il festival del cinema nuovo francese di Roma ci ha dato l’occasione di scambiare due chiacchiere con un attore tanto giovane quanto talentuoso, e che ha dato vita al personaggio di Nino.

Una storia delicata e umanissima

Alla vigilia del suo ventinovesimo compleanno, Nino Clavel viene travolto da una notizia devastante. Una vita fatta di decisioni rimandate e impegni presi con leggerezza si trasforma improvvisamente in urgenza. Nino ha tre giorni per prendere scelte decisive sul proprio futuro e portare a termine due compiti essenziali. Questo film è il folgorante esordio alla regia di Pauline Loquès con protagonista Théodore Pellerin, e uscirà al cinema a partire dal prossimo 30 aprile.

Un personaggio enigma

Il perno a cui ruota la narrazione visiva e contenutistica di Nino è il personaggio protagonista. La focalizzazione è interna fissa su di lui e la macchina da presa, seppur ingrandisca i volti di tutti, è solo lui che segue. Il mondo, un pò ingrigito dalle nuvole parigine, è espressionisticamente quello che percepisce il giovane ragazzo. Nino è il nostro narratore ma anche il nostro più profondo enigma. Gli incontri che fa, vecchi e nuovi, sono funzionali all’interno della storia affinché Nino si guardi dentro, capisca ciò che non ha mai elaborato della sua vita, e magari metta ordine per poter cominciare a scorgere un nuovo orizzonte. La terapia che si appresta ad iniziare, e che non vediamo in tutto il film, è la meta a cui deve approdare, ma solo dopo una necessaria resa dei conti della propria esistenza.

Il tema della procreazione

Nel film c’è un accento particolare sul tema della procreazione. Nino è spinto dall’equipe medica a congelare i suoi spermatozoi alla banca del seme, per poter fare figli anche dopo una terapia così invasiva. E sempre sulla procreazione è lo scambio di battute tra lui e la sua amica storica, che si rifugia in bagno per le iniezioni quotidiane utili alla sua terapaia per il congelamento degli ovociti. I bambini entrano nella storia anche quando Nino incontra la sua compagna di classe delle medie e lei ha già un figlio.

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“Come commenteresti l’accento che la sceneggiatura pone sul tema dei bambini, in una storia che però parla di morte e malattia?”

“Penso che Nino, dopo la malattia, sia un personaggio che si confronti molto con tutti e con tutto. E soprattutto si confronta con il tema della morte. Ma si confronta tanto anche con la sua vita. Questo che tu dici è il cuore del film. Lui si trova difronte ad un cancro – un cancro alla gola che viene dal papilloma virus. una malattia che si trasmette sessualmente. Quindi stiamo parlando di una necrosi che ha a che fare con il tema della sessualità. E poi è intaccata la gola, che unisce corpo e testa. Nino ha bisogno, prima e dopo la mattia, di riuscire a metabolizzare le cose, di chiamare le cose con il loro nome. Necessita qualcuno che lo invogli a parlare, a stimolare quindi proprio la gola. Questa ricerca è il cuore del film.

Ha bisogno di un essere spinto alla vita, di essere accompagnato a superarsi. Alla fine è spinto a confrontarsi con l’altro, dire ciò che non ha mai detto prima, recuperare ciò che ha perso (come con sua madre). E magari – venendo alla tua domanda- pensare alla procreazione futura. Nonostante faccia anche paura dare la vita a qualcuno che morirà. Ma per Nino è importante immaginare questa possibilità, perché il bambino incarna la vita stessa. E’ catartico che lui ci pensi”.

La difficile metabolizzazione della malattia

“Questo film fa riflettere su quanto sia difficile per un paziente metabolizzare una diagnosi così dura. Pensi che le istituzioni dovrebbero fare più affinchè al paziente sia riconosciuto un supporto psicologico oltre che le cure mediche convenzionali?

“In termini reali non lo so. Non so intimamente il sistema o meglio i sistemi sanitari come si comportano oggi in Francia, in Italia, o da dove vengo io, in Canada, in Quebec. Ma posso dirti cosa penso. Penso che sia sempre importante avere una ripartenza ma anche un nuovo approccio alla vita reale. Io credo che tutto quello che anche Nino scopre nel film e con cui ha bisogno di fare i conti non sarebbe stato risolto nella stanza di uno psicoterapista. Sono troppe le cose che hanno a che fare con il paziente e con il suo vissuto che questo non credo basterebbe. E’ importante non essere soli. Ai miei parenti affetti da tumore in Canada so che questo supporto è mancato ma si può metabolizzare anche nella vita vera, con le giuste persone accanto”.

Il velo sottile dell’illusione

“Ricevere una diagnosi così sentenziosa come quella di un tumore da papilloma virus può squarciare il velo dell’illusione, togliendo molto alla patina dorata con cui si vede la vita. Ma credo che la malattia possa anche dare una seconda possibilità, per vivere con più consapevolezza e gratitudine. Quando hai interpretato Nino è successo anche a te di vedere in modo diverso la tua vita o in genere l’esistenza?”

“Io penso che a volte il film giusto arrivi nel momento giusto della propria vita. Nino è stato il mio piccolo allenatore. Io avevo appena 27 anni e credo che sia giunto per accompagnarmi. Accompagnare il mio passaggio verso una nuova fase, o meglio, verso l’età adulta. Ha inoltre amplificato in me il desiderio di guardare la vita e gli incontri in modo diverso. Ma anche di percepire in modo nuovo passato del tempo, e della propria mortalità. E’ ciò che succede sempre nel cinema nonostante quando lo facciamo ci sembri di giocare. Quindi sì, le riprese, lo scenario, gli incontri con Pauline è stato tutto sorprendente, chiarificatore, per me”.

Il tema della forza

“E’ interessante vedere come per tutto il film Nino cerchi, sempre con grazia innata, il sostegno degli altri; ma infondo a me sembra che lui sia molto forte di suo. Basti pensare a quando dice che alle medie è tornato a scuola già il giorno dopo la morte di suo padre. Nel tuo caso quanto è importante la tua forza personale, e quanto la forza che ti viene dagli altri?”

“Io sono un tipo che non ha bisogno della forza degli altri. Ma per quanto riguarda Nino io non credo che sia stata la forza a spingerlo a scuola quando è morto il padre, sostengo piuttosto che lui sia tornato per un’incapacità personale a rielaborare il lutto. E in generale Nino ha tante cose dentro, che non ha mai detto. A casa sua non si dava nome alle cose e non si parlava molto, così gli eventi non sono mai stati digeriti correttamente”.

E aggiunge: “Anche l’adulto che è, è così. Parla con sua madre come se le parlasse per la prima volta, e invece ha 29 anni. Non ha mai pianto, non ha mai elaborato la fine in ogni fase di vita. La sua forza c’è, e deriva dal fatto che per la prima volta si apra a ridere, parlare, vivere. Lentamente nel film impara a sentire. Qui sono d’accordo, è stato davvero forte, a permettere che questo cambiamento avvenisse”

E così Theodore Pellerin ci saluta e ci lascia l’invito di andare al cinema, dal 30 aprile, a vedere Nino, il primo incredibile lavoro di Pauline Loques, che con grazia estetica e semplicità narrativa ci invita a ripensare la vita. Imparare a sentire, pensare al futuro, chiamare le cose col loro nome…

Doriana Gatta