Qualche giorno fa, dopo essere stato introdotto da Harry Styles, Thom Yorke ha ricevuto il premio Academy Fellowship alla settantunesima edizione degli Ivor Novello Awards. Dopo aver presentato live l’inedito Space Walk, il frontman dei Radiohead ha concesso un’intervista per BBC 6 Music, durante la quale ha parlato, in particolare, dei prossimi impegni live della band e del suo album solista, in arrivo entro la fine dell’anno.

In merito al tour del 2025 dei Radiohead, il primo per il gruppo dal 2017, il cantautore si è detto più che soddisfatto dell’esperienza: «Sono davvero, davvero felice che lo abbiamo fatto, ma se me lo aveste chiesto prima non lo avrei saputo. Pensavo: “Devo rimettermi in forma, amico. Questa cosa mi sta distruggendo. È un lavoro duro!”. Ci sono stati alcuni momenti che mi sono rimasti davvero impressi. Ci sentivamo parte di tutto quanto tanto quanto il pubblico. La prima sera a Madrid, attraversare la folla è stato straordinario. Come la prima sera a Berlino. I lunedì sera sono un suicidio per chiunque, ma vedere ventimila hipster berlinesi impazzire è stato tipo: “Questo momento non lo dimenticherò mai”. È stato davvero bello».

Thom Yorke parla del disco da solista e ricorda l’esordio dei Radiohead

Se il chitarrista Ed O’Brien aveva rivelato i piani dei Radiohead di organizzare almeno venti concerti ogni anno, a partire dal 2027, Yorke si è limitato a un vago «sì, forse». Ha parlato, invece, in modo decisamente più eloquente del suo disco solista, al quale sta lavorando con Sam Petts-Davies, collaboratore di The Smile e Frank Ocean. «Sto cercando di finire alcune cose», ha spiegato. «È un progetto solista. Sto cercando di capire bene cosa sia, sto cercando di mixarlo. L’ho fatto con Sam Petts-Davies. È stato un processo davvero divertente ed è una cosa completamente diversa da ciò che ho fatto finora. Ci sono troppo dentro per sapere con certezza cosa sia. A volte penso: “Questa cosa è bella, mi piace”. E per me questo basta. Cos’altro posso dire? C’è una canzone che si chiama Arse-Kissers».

Il cantante ha anche ricordato il primo contratto della band, firmato con la EMI Records: «Uno dei momenti strani che mi sono rimasti impressi nella mia vita bizzarra è stato incontrare il capo della EMI di allora. Mi guardò dopo che avevamo firmato il contratto, mi strinse la mano e disse: “Farete tanta strada, non ho alcun dubbio. Qualsiasi cosa vi serva fatemelo sapere, e lo dico sul serio”. E io risposi: “Grazie. Tutto quello di cui abbiamo bisogno è un furgone, un po’ di soldi per l’attrezzatura e che ci lasciate in pace per un paio d’anni così da capire cosa stiamo facendo”. E lui disse: “Va bene”. Così facemmo, e alla fine di quei due anni pubblicammo Creep e partimmo. Poi diventò: “Ok, adesso ci serve un’altra Creep”, e in realtà era: “No, non ci serve”. E poi dissero: “Ok, allora ci serve un altro The Bends”, e non ci serviva. Poi dissero: “Vi serve un altro OK Computer” e noi rispondemmo: “Ok, ci vediamo”. Ci hanno lasciato molta libertà anche grazie al nostro management, che spesso combatteva per noi».

Il problema dell’attuale industria musicale

Yorke si è poi soffermato sull’attuale stato dell’industria musicale, che per lui è «molto simile ad altri settori nei quali l’era dei tech bro sta arrivando alla fine. Hanno tutti fatto miliardi e ora pensano che, grazie alla tecnologia, possano in qualche modo sostituire il bisogno dell’interazione umana; che là fuori esista qualcosa di migliore, quando chiaramente non è così». E ancora: «Trovo molto interessante che le stesse persone che hanno fatto tutto questo ora stiano speculando sui vecchi cataloghi come se fossero oggetti di valore, come quadri di Picasso chiusi in un caveau, senza rendersi conto che il loro intero modello economico scadrà se non faranno un po’ di quella vecchia redistribuzione. Con davvero pochi soldi puoi sostenere un artista a cui tieni davvero e accompagnarlo nei suoi primi anni».

Secondo lui, tra i dirigenti dell’industria ci sarebbe poca lungimiranza: «Felice di essere smentito, ma so che il modo in cui oggi è strutturata l’industria è molto miope. Non ha molto senso. La verità è che impari solo attraverso i tuoi errori. Oggi fai un errore e sei finito. Questo era il senso del mio discorso. È qualcosa che impari. È come diceva Elton John: lui si entusiasma per le cose nuove. Anch’io. Credo solo di cercarle in modo più strano, ma sono d’accordo con lui. Non voglio che la generazione di mio figlio copi quello che abbiamo fatto noi. È tipo: “Amico, no, non hai bisogno di fare questo. Puoi fare di meglio”».

Federica Checchia