Aborto e violenza psicologica: la storia di Sara

Se in Polonia l’aborto è stato vietato dalla legge, scelta che ha fatto scendere in piazza migliaia di donne per protestare, in Italia nessuna legge lo vieta ma la strada per modificare la mentalità comune a molte persone, è ancora lunga. Nonostante sia una questione delicata per una donna, si verificano ancora episodi come quello che vi riportiamo in questo articolo.

Oltre che fisica, la violenza subita da una grande fetta della popolazione femminile, può avere altre forme che spesso non vengono considerate, come quella psicologica. Si può considerare una violenza psicologica quella subita da una ragazza durante il lockdown.

La donna si è ritrovata in una situazione in cui si è sentita umiliata, colpevole di aver usufruito di un diritto sancito dalla legge: quello di scegliere di non portare avanti una gravidanza indesiderata, quello di scegliere per sé stessa.

Photo credits: web

Tra le testimonianze sugli ostacoli che molte donne hanno riscontrato nell’essere aiutate nella scelta dell’Interruzione Volontaria di Gravidanza in questo momento storico e che trovate qui, c’è quella di Sara (nome di fantasia ndr). Sara è una ragazza che vive in Lombardia e che ha subito una vera e propria violenza psicologica, dopo aver scoperto la positività del test di gravidanza, in pieno lockdown.

Aborto farmacologico

In Italia è possibile abortire con la pillola RU486, un metodo farmacologico a cui era possibile accedere solo fino alla settima settimana della gestazione. Dopo il 2 luglio sono cambiate le linee guida, è prevista infatti l’interruzione volontaria di gravidanza fino alla nona settimana.

Quello farmacologico è un metodo meno invasivo di quello chirurgico, al quale si può ricorrere solo dopo aver ottenuto dal consultorio la lettera obbligatoria per accedere all’Interruzione Volontaria di Gravidanza (IVG). Sara ha potuto accedere al consultorio solo dopo aver superato le sette settimane di gestazione. Nonostante abbia cercato un’altra soluzione, senza risultato, ha dovuto quindi ricorrere all’aborto chirurgico. L’accoglienza del consultorio non è stata delle migliori, la donna si è sentita dire che 28 anni era un’età giusta per avere una famiglia e che in futuro si sarebbe pentita del gesto che stava per compiere. Parole forti e umilianti che dimostrano quanto sia ancora poco rispettato un diritto così fondamentale per una donna, il diritto di scegliere per sé stessa e per il proprio corpo.

Nonostante i rallentamenti organizzativi causati dai protocolli Covid, Sara è riuscita comunque a ricorrere all’aborto chirurgico a soli due giorni dalla scadenza dei termini legali. In quest’occasione ha ricevuto l’ennesima umiliazione quando, dopo aver richiesto un bicchiere d’acqua, si è sentita rispondere:

“Prima aprono le gambe e fanno quello che fanno e poi pensano a bere e a mangiare”.

Parole forti

A un certo punto ho visto entrare nella camera d’ospedale un prete che ha detto a me e alla mia compagna di stanza:

“Che Dio vi perdoni e vi accolga per il peccato che avete commesso, racconta Sara.

Il momento peggiore è stato quello in cui le hanno chiesto se volesse occuparsi della sepoltura del feto. Per legge la sepoltura dei feti abortiti prima delle 20 settimane è facoltativa e solo se richiesta, nel caso contrario spetta alla struttura ospedaliera occuparsene.

Sono passati quarant’anni da quando fu approvata la legge 194, ma il riconoscimento di questo diritto sembra ancora molto lontano.

Le attiviste dell’associazione Obiezione Respinta, che da anni si battono per i diritti delle donne spiegano che durante il Covid la situazione è peggiorata; poche strutture sanno come agire di fronte a casi di donne positive al virus che vogliono abortire.

Siamo nel 2020 e non solo le donne che prendono questa delicata decisione, non ricevono supporto attraverso un percorso psicologico, ma diventano spesso vittime di violenza psicologica.

Seguici su Facebook e Instagram