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Aborto: l’Italia non rischia di tornare indietro, lo è già

Il 28 settembre è la Giornata internazionale dell’aborto sicuro e l’Italia ha bisogno di ripensare la pratica dell’aborto affinché sia davvero sicuro e garantito. La quasi sicura presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha affermato che non toccherà la legge sull’aborto. Al contrario vuole “garantire il diritto a non abortire“, frase emblematica e che riassume il modello Dio-Patria-Famiglia che ha fin dall’inizio promosso.

Nelle scorse settimane associazioni e attivistз si sono domandate se sul tema dell’aborto l’Italia resterà libera, cioè libera di abortire. La vera domanda è se oggi una persona gravida afab (Assigned Female At Birth, “femmina assegnata alla nascita”) è davvero libera di abortire. Secondo Meloni sì, una donna che vuole interrompere la gravidanza non è ostacolata. I numeri e i fatti dicono altro.

In Italia l’aborto libero e sicuro è possibile?

Aborto libero e libertà di coscienza: lз obiettorз

La Giornata internazionale dell’aborto sicuro (28 settembre) ci spinge a interrogarsi su quanto sia davvero sicura la pratica dell’aborto volontario in Italia. Secondo la leader di Fratelli d’Italia una donna non incontra ostacoli se vuole procedere con la pratica medica dell’interruzione di gravidanza e per questo vuole garantire il “non aborto”. La legge del 22 maggio 1978, la famosa legge 194, in realtà stabilisce fin dalla sua prima riga che lo “Stato garantisce il diritto alla procreazione cosciente e responsabile, riconosce il valore sociale della maternità e tutela la vita umana dal suo inizio“.

Tutta la pratica, fin dall’ingresso nelle strutture, ruota intorno a informare la persona delle possibili soluzioni a quelle che sono le sue motivazioni (visti come problemi) dietro la scelta dell’aborto. Questo è un primo immenso ostacolo, ma ce ne sono altri: lз obiettorз di coscienza e le obiezioni di struttura. Due numeri utili a capire la realtà dell’Ivg in Italia:

  • lз ginecologз e lз obiettorз di coscienza sono in media il 70% sul territorio, con punte del 90%, come in Molise dove obiettorз sono 92,3% dellз ginecologз
  • Senza contare le strutture pubbliche dove il diritto all’interruzione volontaria di gravidanza non è garantito. Nel Lazio un esempio di tale deriva anti-abortista è la struttura ospedaliera di Palestrina (Asl 5) dove lз ginecologз obiettori sono pari al 100%. 

Sempre secondo Meloni la coscienza delle persone (dellз obiettorз) è una libertà che va difesa. Per giustificare tale deriva anti-abortista si spinge infatti sulla coscienza e lo spirito religioso dell’individuo obiettore. La libertà morale va tutelata, mentre quella all’autodeterminazione sul proprio corpo no. La vita è considerata sacra e per questo si giustifica la privazione della libertà delle persone gravide. Eppure il concetto di anima non dovrebbe trovare posto nelle leggi di una democrazia laica.

Il diritto alla vita sopra ogni altra cosa

Si pensa erroneamente, in buona o cattiva fede, che una volta presa la decisione si possa andare in ospedale e risolvere in breve tempo. Invece dal momento della scelta inizia un lungo percorso: 

  • rivolgersi al consultorio pubblico;
  • accertamenti sanitari (tra cui scegliere l’aborto farmacologico o chirurgico);
  • valutare le circostanze della richiesta e altre eventuali soluzioni;
  • ricevere un certificato di “lascia passare” che dica “sì può abortire”.

E poi si ascolta il presunto battito cardiaco. Succede anche in Italia, quando ad accoglierti sono obiettorз di coscienza. Far ascoltare la contrazione delle cellule muscolari, cosa che fanno anche in vitro da sole, non è un segno dell’esistenza della vita o dell’anima, è solo una manipolazione. Non sembra affatto libertà di agire. L’iter da seguire, anzi da subire, è una vera e propria violenza.

L’alba di nuovo governo

Su Domani si legge che Giorgia Meloni, Matteo Salvini e Silvio Berlusconi hanno sottoscritto il documento di ProVita che si dichiara apertamente contro “il gender” e contro l’aborto, chiedendo misure specifiche concrete. In questo testo si definisce l’aborto come la “soppressione di una vita umana inerme e innocente“. È questa definizione del feto che permette ai rappresentanti di estrema destra di portare avanti e permette – anche senza il consenso dei genitori – pratiche di tumulazione e cerimonie religiose dei feti abortiti. Viene considerato in questo caso il diritto del feto di essere seppellito, ma non si pensa minimamente alla privacy delle persone che si sono ritrovate nella condizione di non portare a termine la gravidanza.

La direzione intrapresa dall’Italia e dal nuovo governo è quella di sorvegliare e criminalizzare le donne, anche se si pratica l’Ivg secondo le restrittive regole.

Il diritto all’aborto e il rischio di cancellazione

L’aborto, come ogni altra pratica medica, non è una scelta. L’aborto è un diritto e come ogni altro diritto, per quanto ci piacerebbe credere il contrario, non è per sempre. Anche oggi i diritti non sono immuni agli attacchi del conservatorismo, del tradizionalismo, del moralismo.

La cancellazione del diritto all’aborto sarà lenta e dolorosa e passerà attraverso la messa in dubbio del diritto stesso. L’aborto è considerato un problema da risolvere, cioè limitare, non un diritto; le persone afab sono considerate incubatrici di vita italica contro la presunta sostituzione etnica, non persone messe nella condizione di prendere una scelta consapevole. L’unico diritto salvaguardato sarà il diritto alla vita, alla vita di serie A per la precisione, mentre i soggetti di serie B (donne, lgbtqia, migranti, bipoc, disabili) rischiano di essere relegati ai margini.

Per questo abortire non è un azione individuale. Ogni aborto voluto e felice, ogni aborto sofferto e con i sensi di colpa, è collettivo. Perché per ogni aborto eseguito, nella possibilità di ottenerlo, c’è il risultato visibile di battaglie combattute giorno dopo giorno, nei consultori, negli ambulatori, sui corpi. L’aborto è diritto alla vita. È un diritto conquistato a suon di grucce, urla nei vicoli, in cliniche illegali; conquistato mandando giù litri di bevande amare e composte di fiori velenosi; con il pianto di figli non voluti, cresciuti con le lacrime, chiuse nelle case, con il rimpianto. Non è un testo poetico, è la realtà dietro la narrazione della “gioia del parto”, del completamento dell’essere umano donna

Dietro l’appiattimento dell’esperienza della gravidanza e dell’aborto, con soli due sentimenti possibili quali gioia o dolore, c’è il tentativo di limitare un diritto già fortemente ostacolato. La legge 194 è una legge scritta male e ancora peggio applicata. Nel manifesto di Non Una Di Meno si legge: “Vogliamo molto più di 194. Vogliamo gli obiettori fuori dai consultori e dagli ospedali pubblici. Vogliamo il diritto alla salute, al welfare e al reddito per l’autodeterminazione“. Con queste affermazioni scendono (scendiamo) in piazza mercoledì 28 settembre in tutta Italia. Perché l’aborto è una rivendicazione di esistenza e noi tuttз esisistiamo.

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