Sono passati 13 anni da quell’incredibile esordio alla regia di Stefano Sollima che, con un film sorprendente che apre la sua trilogia della Roma criminale, che si chiude poi con Suburra e Adagio. Reo forse solo di non affondare troppo la mano nella questione mai veramente scemata della violenza di Stato ma mostrando, sospendendo il giudizio, solo la vita di quattro celerini romani, ACAB resta uno degli esordi migliori del nostro cinema. La serie Netflix prende spunto proprio dal film, a sua volta ispirato dal libro omonimo di Carlo Bonini e, a giudicare dai primi due episodi, vuole essere un filo diretto di temi e quesiti, meno dal punto di vista narrativo e tecnico.
La serie mantiene il solo personaggio di Mazinga interpretato da Marco Giallini rispetto al film, cambiando completamente il cast della pellicola e, ovviamente, le storie. Nigro, Favino e Diele non ci sono più, sostituiti da Valentina Bellé, Pierluigi Gigante e Adriano Giannini. Così come i tempi sono cambiati e lo è anche la polizia: niente più processi per l’omicidio Raciti, rappresaglie per l’assassinio di Gabriele Sandri o i post fatti di Genova. Ora i temi sono le bodycam, il controllo serrato per evitare abusi di potere, i codici identificativi. Ma la sensazione che traspare è che, in fondo, una duplicità tra l’ordine e il caos della celere sia sempre il fondo solido da cui partono queste storie. La volontà di mostrare una doppia faccia di quella medaglia che è il Reparto mobile della Polizia di Stato attraverso il privato dei suoi membri. Alcune volte bene, altre decisamente meno.
Acab – la serie: pubblico e privato

Il Reparto mobile di Roma, guidato da Pietro e Mazinga, viene inviato a Torino per aiutare gli altri celerini a contenere i manifestanti no TAV. Durante una carica, Pietro viene colpito alla schiena da una bomba carta e rimane ferito. Il gruppo di celerini, per vendetta, decide di inseguire il gruppo di manifestanti, mandandone una in coma. Da questa sequenza iniziano le vicende della serie ACAB, che racconterà le conseguenze di questo attacco indiscriminato attraverso le storie personali dei componenti del reparto. In tutto questo, Michele, poliziotto che viene trasferito a Roma (interpretato da Adriano Giannini), diventa il sostituto di Pietro, ormai sulla sedia a rotelle per l’esplosione e, proprio perché s non viene visto di buon occhio dalla squadra. Marta, invece, interpretata da Valentina Bellé, è un mamma decisamente meno presente di quanto vorrebbe e con alle spalle una storia di violenza e abusi da parte dell’ex marito. Salvatore, invece, è un poliziotto napoletano talmente dedito al lavoro da dimenticare totalmente di aver una vita privata.
Platform Police
La sensazione è che ACAB voglia ricalcare quelle sensazioni e quei temi del film in modo diretto, senza soluzione di continuità. E allora ecco che le tematiche affrontate sono le stesse: cameratismo e militarismo, violenza legalizzata, esaltazione e machismo. Il problema è che è tutto condito da quella che definiamo la “patina Netflix”. Se nel film di Sollima la tecnica è magistrale, ferma, stoica e condita da una forma del colore che tende per certi versi al brutalismo, con i grigi dei palazzi delle periferie romane a sovrastare i blu dei caschi, nella serie tutto assumo un giro diverso. Si tinge di giallo, di blu, di colore primari. Quelle forme che le piattaforme vogliono per tenere alto il contrasto dell’immagine per il pubblico. Elementi che, anche involontariamente, vanno a definire come un prodotto debba essere girato e fotografato.
Contemporaneamente, i dialoghi assumono delle sembianze Suburriane e Netflixiane. Sembra quasi che si ricerchi l’effetto sorpresa, l’effetto clip, più che una vera fluidità e una sotto testualità. E allora è tutto una serie di “A Roma se fa così”, “Roma non perdona” e via andare. Una spasmodica ricerca del nuovo totem da idolatrare sul social e della frase virale, più che di un vero dialogo. E anche quando si parla di sesso, ovvero due volte in due episodi, è necessario tirare fuori la frase ad effetto. “Fammi sentire quanto sei poliziotto” è forse una frase che avremmo potuto sentire in un film di Schicchi o Brass, non in una serie action. Quello che sembra quindi, è che Netflix, almeno nelle prime due puntate della serie, voglia si mettere al centro le storie personali e psicologiche dei personaggi, ma infarinandole con una certa ideologia da piattaforma, algoritmica. Il prodotto si standardizza, assume le sembianze di altri già venuti prima. Il legale si fa criminale e questo è bene, ma non nella forma che speravamo di vedere e che intendevamo.
Alessandro Libianchi
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